In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
Gesù se ne va sulla montagna e passa la notte in orazione; solo quando fu giorno chiama a sé i suoi discepoli. La preghiera è cosa da notte. Gesù prega nel momento in cui intorno a lui e forse anche in lui c’è notte. E per fare questo si isola sulla montagna. La preghiera è l’origine di ogni scelta e azione di vita, oltre che di servizio.
La notte è il luogo buio, dove non si vede nulla, dove il muoversi è comunque più faticoso. Allo stesso tempo la notte è il luogo dove si possono vedere cose che normalmente non si vedono: le stelle e la luna. Ma perché questo possa accadere abbiamo bisogno di accettare di stare nel buio e di cominciare a guardare in alto.
La notte diventa un luogo naturale, se non disturbato da cose artificiali, dove siamo invitati all’interiorità, dove vi sono meno cose che ci distraggono e allo stesso tempo è il luogo dove emergono più facilmente le nostre paure.
La notte è una compagnia del cuore. Spesso ci avvolge senza che ce ne accorgiamo. Ci ritroviamo cupi per un nonnulla, qualcosa che si muove dentro di noi ci rattrista, il mondo ci sembra più grigio e non sappiamo neppure noi il perché.
La notte ci avvolge esternamente, la notte ci avvolge interiormente. Di qualsiasi notte noi parliamo rimane importante la nostra reazione di fronte a questa notte.
Di fronte a questa notte noi ci intimoriamo oppure ci entriamo? Questa notte che ci fa paura ci porta a ricercare vie di fuga? I nostri incubi la popolano? La nostra capacità di vedere si acuisce? I nostri sensi come reagiscono? Il nostro cuore si fa sempre più pesante? Ognuno di noi ha una sua propria e personale reazione. Di fronte a questa reazione possiamo fermarci a riflettere.
La difficoltà della mia esistenza che mi avvolge con un sentimento di insoddisfazione è fonte di preoccupazione o è fonte di discernimento?
Sì perché il problema sta proprio qui: se il buio, la sofferenza, l’insoddisfazione, la drammaticità anche di certe situazioni che ci avvolgono con il loro buio, diventano per noi occasione di discernimento o occasione di fuga ulteriore. Il panico l’ha vinta su di noi oppure riusciamo a comprendere che comunque l’occasione che ci si presenta davanti è un’occasione di vita?
Queste domande sono importanti perché da queste domande, e dalle risposte che noi diamo a queste domande, dipende la possibilità di fare discernimento, di vedere cioè le stelle che popolano la notte del nostro cuore e, grazie alle stesse stelle, poterci orientare. Quando c’è un problema noi possiamo sbraitare o agitarci oppure possiamo fermarci e fermarci come fa Cristo: fermarci a pregare. Andarcene sulla montagna nel buio e fermarci a pregare.
Pregare quando viviamo il buio significa, anziché perderci dietro solo ai nostri vaghi ragionamenti e alle nostre paure, metterci in discernimento. Cercare cioè di capire e amare la realtà con la mente e il cuore di Dio. Metterci da un punto di vista totalmente diverso. Assumere un atteggiamento di ascolto e di accoglienza.
È un modo per avvicinarci alla vita anziché allontanarci dalla stessa. Le nostre paure e le nostre ansie non scompaiono, ma non è per questo lo scopo del discernimento. Lo scopo del discernimento è distinguere la cosa buona dalla non buona per metterci in una condizione privilegiata di scelta, anche se aumenta la sofferenza. Il discernimento non è il sonnifero o l’analgesico della nostra interiorità: è la valorizzazione massima della nostra interiorità. Valorizzazione che ci porta a scorgere le costellazioni come luce e guida della nostra esistenza.
I momenti bui non mancano, le insoddisfazioni anche: non ci resta che metterci alla ricerca di quell’atteggiamento che purifica la nostra vista e ci mette in condizione di cogliere il bene e di sceglierlo. Il buio è un’occasione: nel momento della gioia noi non diventiamo come gli animali che periscono. Che il momento della gioia diventi un vero luogo di vita dove noi cominciamo ad agire a partire da quanto abbiamo colto e compreso. Il discernimento nel buio ci porta a fare sì che quando è giorno noi possiamo chiamare a raccolta le nostre energie e scegliere i nostri apostoli, così come quando fu giorno li ha chiamati Gesù. Gesù ha chiamato a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici: un piccolo nucleo che potesse portare la buona novella sulla terra.
Così noi: passiamo la notte in preghiera perché quando viene giorno, quando abbiamo capito il pensiero di Dio, quando abbiamo ascoltato la sua volontà, quando abbiamo amato la sua giustizia, allora anche noi possiamo scegliere i nostri dodici e scendere in un luogo pianeggiante dove potere vivere l’opera di evangelizzazione dei luoghi di vita che ci imbattiamo a vivere nelle nostre giornate.
La preghiera attinge alle nostre piccole, alle nostre più sguarnite parole umane, parole che portano incollato il peso della tenebra, parole in cui riverbera il disorientamento del mondo,
parole che neppure son parole ma cenci – ché tante volte è solo questo che ci rimane.
Ma tu accetti, Signore, che queste, precisamente queste, parole indigenti siano il nostro corrimano per salire, gradino dopo gradino, all’altezza del tuo volto.
Tolentino Mendonça
Nel silenzio del monte nasce la forza da portare alla valle della nostra quotidiana vicenda umana,
in una continua dialettica in cui silenzio e parola, solitudine e comunione si rimandano continuamente.
Elisabetta di Bose
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8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42
Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto
7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32
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