11 Settembre 2025 Luca 6, 27-38

Giovanni Nicoli | 11 Settembre 2025

Luca 6, 27-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 

«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Dà a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.

E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.

Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Quando eravamo ancora peccatori Dio ci ha amati donando il proprio Figlio per noi. Questo fatto non può non spingermi a liberarmi dalla schiavitù del merito. Il mio merito è schiavitù che diventa pretesa e giudizio. Il merito dell’altro uccide ogni possibilità di fratellanza e diventa motivo per giustificare il mio tirarmi indietro di fronte alle cose belle da fare: se non lo fa lui perché lo debbo continuare a fare io? Questo modo di pensare e di giudicare è all’origine della morte morale della nostra Italia. Siccome vi sono i furbi che tanto ricevono ugualmente lo stipendio, allora faccio il furbo anche io. E di furbizia in furbizia siamo diventati dipendenti. Siamo diventati ostaggio di una classe politica dedita alla furbizia e una classe burocratica che continua ad esistere nonostante la sua naturale malvagità, nonostante tutte le riforme che si possano mettere in atto.

Contrariamente a quello che pensiamo la dipendenza dalla cultura del merito porta al demerito e al potere dei furbi, dipendendo dai quali siamo giunti sull’orlo del fallimento.

Il punto di partenza per noi è uno: Dio ci ama non perché ce lo meritiamo ma perché ci vuole bene. Noi che non siamo capaci di amare se non siamo amati, non possiamo far finta di non essere amati non perché bravi bambini che fanno il loro dovere e debbono essere riconosciuti per questo, ma semplicemente perché figli amati!

Il cammino di ogni uomo e di ogni donna è uno e semplice: conoscere se stesso, accettarsi per quello che si è dimenticandosi per accettare l’altro. Quindi crescere ritrovando sempre più la propria identità, dimenticandola poi spendendola per l’altro e ritrovando in questo modo la sua maturità mentale e affettiva. Non bloccato dalla dipendenza dei meriti e dalla paura di perdere tutto, derubati dal prossimo.

Il fondamento di tutto è Dio che mi ama e io che sono chiamato ad essere come Lui. Lasciando da parte le scuse che questa cosa è impossibile perché io non sono Dio, dobbiamo riconoscere che questa impresa non è più disperata e impossibile. Questa impresa è possibile a noi tutti disperati e disgraziati, perché amati e graziati da Dio indipendentemente da ogni nostro merito o demerito. Noi partecipiamo della natura di Dio, siamo suoi figli, siamo come Lui, siamo sua eredità, Lui ha già pagato per tutti.

Dio ci ama senza riserve: nessuno può dirsi non amato. Magari distratto e non consapevole di questo amore, ma certamente e comunque amato. Dio ci ama soprattutto in ciò che noi non siamo amabili, nei nostri cosiddetti demeriti.

Noi in quanto amati e accettati non possiamo non amare e accettare noi stessi come siamo. Di conseguenza non possiamo non accettare e non amare gli altri per come sono, senza riserve. Questo è amore liberatorio non più dipendente da quella religione meritoria tanto umana e mondana che pervade le nostre sacrestie e i nostri ambienti di lavoro.

Laddove è maggiore l’indigenza di amore noi possiamo amare, proprio perché amati fino nel midollo delle nostre ossa, in fondo alla nostra indigenza.

Abbiamo sperimentato la grandezza dell’amore di Dio che è misericordia. Nella misericordia di Dio, che è la mia identità vera, mi riconosco e mi conosco, abbandonandomi al bell’abbraccio del Padre, dimenticandomi dei miei meriti, che il più delle volte sono demeriti, e aprendomi all’altro con lo stesso amore che Dio ha per me.

“L’agape, la charitas, ama non soltanto chi già di per sé è desiderabile, ma anzitutto chi desiderabile non è affatto e che, mediante questo amore, diviene desiderabile più di ogni altra cosa. Così e soltanto così l’amore ha il sopravvento sulla mancanza di amore. È in questa vittoria che i cristiani credono, quando confessano che Dio altro non è che amore”.

Eberhard Jüngel

 

“È proprio l’unica possibilità che abbiamo, non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale”.

Etty Hillesum

 
 
 

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L’incipit

del vangelo di Giovanni

è un massaggio cardiaco

salva eternità.

Occorre sentirserLo

vibrare addosso.

Deve essere pronunciato

da labbra interiori.

Solamente il Verbo

può parlare di Sé.

E. Avveduto

Il progetto del Creatore consiste nell’elevare l’uomo al suo stesso livello e dargli la condizione divina… un uomo sarà espressione della sua stessa realtà divina.

Piena realizzazione di questo progetto sarà Gesù. Ma la sua non sarà una condizione privilegiata ed esclusiva: assumendolo come modello della propria esistenza, gli uomini potranno nascere da Dio per il dono dello Spirito e diventare anch’essi figli di Dio, realizzando in sé stessi il progetto divino.

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L. Locatelli

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