Luca 7, 11-17
In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: “Non piangere!”. Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, alzati!”. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi”, e: “Dio ha visitato il suo popolo”. Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Se vedi la vita ti cambia. Dio che non vede è un Dio comodo che sa più di idolo che non vede e non sente, che non tocca e non compatisce, che non cammina e non muove le mani: un pezzo di legno, una statua che non parla.
Vedere ti cambia la vita! Il Samaritano passando vide quell’uomo sul ciglio della strada, lo vide e sentendo compassione si avvicinò e si prese cura di Lui.
Vedere non è mai cosa banale. Vedere o ti porta lontano dalla vita perché non riesci a sopportare quello che vedi o quello che dovresti o potresti vedere, oppure ti porta al centro della vita perché vedere ti tocca il cuore.
Vedere ti cambia la vita perché vedere è uno degli atti profondamente umani che portano dritto al cuore quello che vedi. E se guardi non puoi non com-patire e non puoi non lasciarti muovere a com-passione. Non vi sono leggi che tengano, che ti obblighino o che ti spingano a fare qualcosa. È il vedere il segreto di ciò che facciamo.
Quando vede Gesù viene chiamato da Luca il Signore, per la prima volta. Il Signore! Il Signore non è un feudatario o un signorotto o un arricchito che ti guarda da lontano, dall’alto in basso. Il Signore non è un potente che sfrutta ma è potente nello sguardo. È Signore potremmo dire, non perché Dio, ma perché ha piedi, occhi, cuore, mano e bocca. Non è un idolo ma è un Signore umano che cammina, che si fa vicino, che vede, che si commuove, che tocca e parla.
L’esatto opposto di ogni idolo di ogni tempo. Non è un vitello d’oro il nostro Signore! Vede per questo è divinamente umano. Cammina per questo incontra l’uomo. Lo vede per questo lo porta nel cuore. Ha un cuore che sente per questo lo ama. Ha mani per questo lo tocca esprimendo tutta la tenerezza del cuore. Ha parola, è Parola, per questo gli parla, la consola, lo richiama alla vita.
Lui si accosta a noi camminando e noi gli entriamo dentro il cuore attraverso il suo vedere. Vedere non è mai azione banale, è lasciare che l’altro entri in noi, ci commuova, ci muova a compassione, ci porti a fermarci.
Potremmo dire che l’occhio è l’organo del cuore che ti porta a patire con l’altro e per l’altro.
Ti vedo, è il saluto che gli uomini della cultura zulu usano per riconoscere nell’altro una persona. È uno dei saluti più belli e significativi che loro si scambiano. Se non ti vedo non esisti, se non ti vedo non sei uomo!
Ti vedo! Vedere è il principio di ogni azione che scaturisce dal cuore. E se il cuore è cuore buono scaturisce azione buona, perché l’albero buono fa frutti buoni; se il cuore è cattivo, scaturisce un’azione cattiva perché l’albero cattivo non può che dare frutti cattivi.
Vedere è amare e l’occhio si posa solo dove muove il cuore. Vedere è l’azione più umana di Dio che crea e salva amando l’uomo.
Dio per noi è Satana che ci induce a fuggire da Lui e a nasconderci perché nudi e perché peccatori. Solo vedendo Dio in Gesù, questo Dio non più idolo e non più Satana, possiamo passare dalla paura alla fiducia, dalla morte alla vita, dalla legge al vangelo. Solo così possiamo sentire la sua voce che ci dice: Non piangere! Invito bello e non banale, non espresso per cavarcela con poco e perché non sappiamo cosa dire. Invito teneramente compassionevole.
Questa tenerezza che proviene dalla commozione di Dio, dalla nostra commozione, sfocia nel fiume irrefrenabile dalla com-passione, che porta Dio a patire con noi la nostra stessa pena e a condividere con noi quel male dove ci sentiamo tutti ugualmente soli.
Il Dio della compassione, che cammina per tutte le Nain del mondo, si avvicina a chi piange, ne ascolta il gemito. Piange con noi quando il dolore sembra sfondare il cuore. E ci convoca a operare «miracoli», non quello di trasformare una bara in una culla, come lui a Nain, ma il miracolo di stare accanto a chi soffre, lasciandosi ferire da ogni gemito, dal divino sentimento della compassione.
Ermes Ronchi
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