Luca 7, 11-17

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.

Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.

Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, alzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.

Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Quante sono le madri che piangono i propri figli? Qual è l’esperienza di una madre che perde colui che ha portato in grembo? Quale strazio e quale pianto per coloro che fanno questa esperienza!

Eppure, nel mondo, questa esperienza non è un’eccezione ma è una realtà grossa.

Quante madri e quanti padri perdono i loro figli perché se ne vanno lontano a cercare lavoro. Quanti perdono i loro figli perché costretti a venderli a causa della miseria materiale e morale. Quanti vedono i propri figli rapiti per fare la guerra come baby guerrieri o per essere avviati alla prostituzione minorile e non, grazie ai vizi dilaganti dell’occidente. E quanti figli perduti in due dinamica perversa dell’emigrazione sul Mediterraneo.

Quante madri e quanti padri perdono i propri figli perché questi se ne vanno a causa della droga e dell’alcool. Quanti perdono i propri figli a causa della violenza della strada e della violenza criminale. Quanti figli spariscono perché non sopportano più il nostro modo disumano di vivere e si perdono nei vicoli delle strade, diventando clochard!

Quanti? Troppi!

Di fronte a questo mare di dolore, il Signore Gesù si reca nella nostra città, cammina in mezzo a noi, ci incontra perché vuole vivere con noi la beatitudine che ha da poco annunciato: beati voi che piangete, perché riderete.

E il Signore della vita rende possibile ciò che per l’uomo è impossibile. Il Signore della vita viene a tergere le lacrime di questa vedova che vede suo figlio portato al sepolcro.

E il ridere di gioia di fronte a questo avvenimento non deve essere stato da poco.

Ebbene questo Signore della vita viene in mezzo a noi e in mezzo a noi cammina perché vuole rendere vivibile ancora oggi la beatitudine del pianto che si tramuta in ridere, in gioia.

Viene come Signore della vita perché i tanti che sono morti risorgano. Viene come Signore della vita perché i tanti che piangono, a causa della morte di qualcuno, possano ridere perché questo qualcuno è ritornato in vita, è risorto, è stato svegliato.

È l’esperienza stessa di Gesù che ci parla di questo. È Gesù che è figlio di madre vedova e sola; è lui il figlio unigenito del Padre che alla porta della città viene portato ed ucciso. È lui che si desta e al suo destarsi si dice che un grande profeta si è destato fra noi.

Questa presenza di Gesù morto e risorto che si incarna in questo giovinetto, diventa segno di misericordia, diventa segno della compassione di Dio per l’uomo, diventa realtà di amore e luogo di beatitudine.

Di beatitudine si tratta: vedere risorgere chi era morto, ritrovare il figlio morto che se ne era andato di casa sbattendo la porta, questa è beatitudine!

Siamo chiamati ad avere fede nella misericordia di Dio per i piccoli e per i piangenti, per ogni uomo che è piccolo e piangente di fronte alla morte. Piccolo perché di fronte alla morte, chi più chi meno, siamo assolutamente indifesi. Piangenti perché irrimediabilmente offesi. Gesù viene a dare speranza laddove nessuno può averne.

Viviamo in comunione con i tanti piangenti e disperati che aspettano qualcuno che terga loro le lacrime.

Il Dio della compassione, che cammina per tutte le Nain del mondo, si avvicina a chi piange, ne ascolta il gemito. Piange con noi quando il dolore sembra sfondare il cuore. E ci convo­ca a operare «miracoli», non quello di trasformare una ba­ra in una culla, come lui a Nain, ma il miracolo di stare accanto a chi soffre, lascian­dosi ferire da ogni gemito, dal divino sentimento della compassione.

Ermes Ronchi

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