Luca 7, 31-35
In quel tempo, il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».
È il gioco della deresponsabilizzazione che avvolge le nostre immaturità, il vero problema. L’uomo adulto vede le difficoltà della vita e le affronta con l’intento di risolverle e con la consapevolezza che non tutto è risolvibile. Tale coscienza diventa motivo di discernimento. Vale a dire di cogliere ciò che è risolvibile e ciò che risolvibile, almeno momentaneamente, non è. Intuendo la via da percorrere, percorrendola, e lasciando in stand-by la via che percorribile intanto non è.
Questo è atteggiamento adulto perché gioca la sua libertà e si prende carico delle sue responsabilità, portandone il peso e godendo delle gioie di questa presa di posizione.
L’atteggiamento adolescente che pervade la nostra società porta invece a deresponsabilizzarsi per non compromettersi. Preferiamo trovare il responsabile di turno, meglio il capro espiatorio di turno, con cui prendercela. Scarichiamo su quella situazione, o su quel partito, o su quella parte di chiesa, o su quella realtà la responsabilità di ciò che non va, sentendoci in tal modo a posto con la nostra coscienza. Niente di più deleterio per la soluzione dei problemi e per una vita dignitosa di questa non scelta.
Non si risolvono i problemi con le proteste che hanno di mira il male di turno incarnato nel povero diavolo di turno. Dal più piccolo al più grande, i problemi li risolviamo affrontandoli. Se c’è un tombino intasato di foglie che provoca un allagamento nella mia cantina o nella cantina del vicino, è inutile prendercela con il comune che non fa pulire il tombino. È utile prendere il badile e pulire quel tombino così che la cantina non si allaghi. Ed è inutile gridare contro lo stato che aumenta le tasse se non ci impegniamo noi in prima persona ad evitare gli sprechi, a non pagare più nulla in nero, a smetterla di chiedere privilegi piccoli o grandi che siano.
Prendermi la mia responsabilità significa lasciarmi toccare dal problema e giocare la mia libertà affrontandolo e compromettendomi con esso. Diversamente i problemi non potranno che ammucchiarsi, come sta succedendo da troppo tempo, rendendo sempre più difficile la nostra presa di responsabilità e la conseguente soluzione degli stessi.
Non importa se dobbiamo piangere o danzare. La scelta dell’uno o dell’altro atteggiamento è solo conseguenza di un contatto vero con la realtà, è incarnazione. Vi sono momenti per piangere e momenti per danzare, ciò che importa è che leggiamo la vita e ce la giochiamo secondo quanto la vita ci dona di bello o di brutto, di impegnativo o di leggero.
Se non vogliamo passare la vita da eterni insoddisfatti, dobbiamo giocare la nostra libertà con gioia e, in tale gioco, prenderci senza paura le nostre responsabilità.
Da troppo tempo noi come chiesa, e in particolare la chiesa clericale, passa il suo tempo a contare le defezioni e a lamentarsi della gente che non corre più come una volta in chiesa. È tempo di giocarci nella libertà andando incontro alla realtà di quest’oggi che chiede di incontrare l’altro e la vita, per creare nuove relazioni e luoghi umani, dove si respiri aria buona. Io non l’altro, noi non gli altri.
La sorda indifferenza deresponsabilizzante, forse ci mette al sicuro da critiche a causa di veri o presunti errori, ma certamente non ci permette neppure di entrare in quel gioco della vita che unico è umanizzante e unico può essere cristiano.
Il richiamo da parte di Gesù è chiaro: esercitare la propria libertà provocando quella del prossimo a partire da una pace del cuore e da un impegno che diventa coinvolgente, non escludente né tantomeno giudicante il prossimo.
Così il richiamo è chiaro: io non l’altro, noi non gli altri. Danziamo e piangiamo la danza e il lutto della vita.
Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé.
Pablo Neruda
Ciò che fa la differenza nella vita non è tanto avere o meno opportunità, ma è soprattutto avere la decisione giusta. Chi non ha deciso veramente un cambiamento nel proprio cuore, trova sempre un modo per schermarsi dalla realtà.
Mastrolonardo
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9 Marzo 2026 Luca 4, 24-30
Le chiusure mentali più difficili da demolire ce le hanno coloro che pensano di essere i più vicini, cioè quelli che pensano di aver capito tutto e di avere tutto sotto controllo. A una persona che è convinta non si riesce nemmeno a parlarle fino in fondo perché il suo ascolto è occluso dalla sua convinzione.
M. Epicoco
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8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42
Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto
7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32
L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.
Dietrich Bonhoeffer
La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.
C. Bruno
Giovanni Nicoli | 17 Settembre 2025