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25 settembre 2019 Luca 9, 1-6

Giovanni Nicoli | 25 Settembre 2019

Luca 9, 1-6

In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demoni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.

Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».

Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.

La Parola seminata che muore, porta un frutto impensabile, un frutto che noi non sappiamo più da dove venga e dove ci porti. L’annuncio della Parola ha un potere che non è finalizzato al potere sull’altro: è un potere che vivifica perché accetta di morire come seme di grano. È un potere reale perché incontra l’uomo, non accetta lo sfruttamento dell’uomo. L’illusione che noi dobbiamo difendere i nostri interessi, come dicono gli Americani mentre si discute di salvare il mondo che sta morendo a causa dell’inquinamento atmosferico, è appunto una illusione che porta morte senza fare germogliare nulla.

L’annuncio del vangelo è rifiuto del bastone per la propria sicurezza, è lasciare sacca, pane e denaro come cose che appesantiscono il cammino. Le due tuniche servono solo a creare un ulteriore bisogno di armadi che chiedono di servirli senza mai potere essere luogo di relazione coi fratelli. La povertà e la gratuità è la potenza e la forza di guarire che Gesù dona a noi suoi discepoli. Niente più!

Gesù è seme che dorme e si risveglia sulla barca che tenta di attraversare il mare in tempesta. Lui è Seme capace di vincere il male che è malattia e morte. L’annuncio, il portare la Parola, va a toccare il cuore dell’uomo che è la sfiducia di vivere e fiducia di dovere morire. Lui dorme e muore con noi e per noi, aprendo la via alla risurrezione.

Il nostro male di vivere che ci spinge a fidarci del potere delle cose che ci ingolfano lo stomaco della vita, è la vera malattia che ci mette nelle mani della morte perché di lei noi abbiamo paura. Il male del morire può essere vinto non dalle cose, ma dal toccare Lui fonte di vita. La morte non c’è più come male e come paura, perché la morte, che è solitudine, è vinta dall’essere presi da Lui e dal prenderci fra di noi come figli e come fratelli che ascoltano la Parola e dalla Parola si lasciano generare. Generati come fratelli possiamo cantare il canto di liberazione: non mi importa del bastone, non mi importa della sacca, chi se ne frega del denaro che non può dare vita. Non mi interessa il vestito: la bellezza è altro. Non mi serve più nemmeno il pane perché Lui incarnato nelle nostre relazioni evangelizzate è il Pane di vita che ci libera dalla sfiducia e ci salva dalla solitaria paura della morte.

Se il potere è dato alle cose allora noi figli siamo tutti dei Caino per salvare i nostri interessi che non sono relazione ma roba da mangiare. Gesù si fa Pane perché non ci vuole mangiare ma perché si fa mangiare da noi. Noi siamo mandati ad evangelizzare, a portare la Buona Notizia, non accrescendo il potere della chiesa ma divenendo pane di vita per i fratelli che non sono più delle cose da mangiare per interesse: sono invece fratelli per cui diventare fiducia nella vita divenendo cibo gratuito per loro. È il Pane e l’essere pane che ci rende fratelli, non le cose, i muri, le eredità. È un Pane che trasforma il volto, che ci trasfigura come Gesù, che ci cambia dentro, che ci rende gente di fiducia che non dipende più dalle cose e dalle realizzazioni e dai successi: tutto è vita, anche la morte, se noi siamo pane da condividere. Se noi non siamo di nessuno per sfiducia e non abbiamo relazioni positive con nessuno, noi siamo morti senza speranza di resurrezione e facciamo morire uccidendo la speranza nell’uomo.

Noi siamo mandati ad essere missione di vita. Noi pensiamo che le missioni militari per esportare democrazia e libertà, noi crediamo che le crociate servano a esportare fede, noi pensiamo di essere i civilizzatori del mondo perché colonizziamo con le nostre multinazionali: noi per gli salvare eserciti e i cosiddetti missionari e le nostre multinazionali distruggiamo il mondo e il prossimo. Quando non ci sarà più niente da conquistare e da distruggere ci accorgeremo che avremo finito il mondo: moriremo asfissiati dall’irrespirabilità dell’aria. La nostra democrazia è andare verso l’altro per mangiarlo, per ridurlo a sé, in fin dei conti per distruggerlo, naturalmente a fin di bene!

Forse non ce ne accorgiamo ma il rischio è di passare la vita a mangiare quello che ci interessa e a vomitare quello che non ci va. Spesso i nostri rapporti sono tali: mangiamo l’altro, mangiamo di lui quello che ci interessa, ci avviciniamo a lui per raccogliere frutta e mangiarla all’ombra del suo albero, ce ne appropriamo scartando allo stesso tempo quello che non ci va. Ci diciamo che certe cose non le possiamo accogliere come giustificazione della nostra volontà di potere sull’altro e di avere in mano lui, in realtà noi rifiutiamo la relazione con l’altro perchè avvolti da un manto di paura mortifero che ci chiude alla vita e ci porta ad una morte che non è quella del seme sottoterra che porta frutto, è la morte per imbalsamazione del seme messo sotto vuoto: secca e non germoglia, non muore e non dona vita. Lo snaturiamo e lo rendiamo inservibile, immangiabile. Essere annunciatori con il potere del nulla è mettere al centro la relazione con l’altro e la fiducia nella relazione, fiducia che non dipende dai successi. Questo è il senso della vita dell’uomo e del mondo che è missionarietà per testimoniare che o viviamo la fraternità oppure è impossibile vivere.

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