Luca 9, 18-22
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
“C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”, dice Qoelet (3,7). E vi sono luoghi dove si può parlare e luoghi dove non si può parlare. Vi sono situazioni dove è bene dire e luoghi dove dire è male, è proprio dire male. Vi sono luoghi e momenti e persone che non possono ascoltare ciò che va detto, mentre vi sono luoghi e persone e momenti in cui è bene dire ciò che va detto.
Nel cosiddetto villaggio globale in cui viviamo, rischiamo di non avere più privacy. Non abbiamo più la possibilità del silenzio. Non è più possibile potere avere un angolo di pudore, tutto è diventato spudorato e detto in piazza.
Nei paesi, una volta, la chiacchiera era alimentata continuamente e non vi era nulla che tutti non conoscessero. Oggi il villaggio globale della chiacchiera ha acquistato spazio all’ennesima potenza. Uno spazio purtroppo malvagio.
Un errore di una persona diventa subito un delitto. Viene pubblicizzato tutto ciò che non va e taciuto ciò che invece c’è di bello. La violenza mussulmana dove si procede a tagliare teste, viene pubblicizzata e usata per terrorizzare l’occidente. Mentre la bellezza dei fedeli che pregano in un clima incredibile, nelle moschee, quella no, quella viene taciuta.
Se facessimo silenzio, forse qualche cosa potremmo ritornare a capire. È quello che chiede Gesù. È il tempo di riconoscerlo come Messia, come il Cristo di Dio, ma non è il tempo per dirlo.
Il fraintendimento sarebbe troppo grande. La tentazione del potere da parte di Gesù e dei suoi discepoli, sarebbe enorme. Un tale annuncio non può essere detto sulle piazze se non a partire dalla croce vissuta e celebrata e compiuta. Senza di lei, tutto sarebbe solo potere e non servizio, prevaricazione e non annuncio della buona notizia; uso dell’altro e non dono gratuito.
Non si possono dire certe cose, non perché non siano valide, ma perché sarebbero travisate. Non è un problema di carboneria o di società segrete, è una questione di pudore, di conservare nel cuore ciò che deve germogliare e sbocciare per portare frutto a suo tempo, secondo i tempi di Dio.
Tacere crea attesa. Tacere crea uno spazio di accoglienza nel mio cuore. Tacere per svuotare il nostro cervello e il nostro cuore, da quella marea di parole che ormai rischiano solo di essere chiacchiera vana, senza sugo e senza senso, complice riempitivo di una paura del vuoto.
Quel vuoto che dobbiamo riscoprire nel silenzio, per lasciare risuonare in noi la Parola, l’unica Parola, quella che salva, quella che parla al cuore dell’uomo, quella che è parola di Dio alla mente dell’uomo, quella che è eterna, quella che non è mai banale, quella che riempie il vuoto di senso, quella che fa riscoprire a noi uomini svuotati e aridi quell’umanità che è dono di Dio e senza la quale nulla è possibile, neppure per Dio.
Non riferitelo a nessuno che sono il Cristo di Dio. Ci penserà la croce a dirlo e a gridarlo, dall’alto del trono del servizio, dall’alto dell’altare di immolazione, dall’alto del talamo luogo di amore di Dio con l’uomo e per l’umanità tutta.
… c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare, dice Qoelet …
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