Luca 9, 18-22
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
“Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare”. La necessità di luoghi solitari e di preghiera, è elemento discriminante per potere compiere un’azione di discernimento quotidiano sulla nostra esistenza.
Senza discernimento si va avanti o per abitudine o perché si è sempre fatto così o come degli animali da soma che continuano a tirare la carretta nonostante tutto e nonostante tutti.
La necessità di discernimento è tanto più impellente quanto una persona desidera di agire liberamente. Fare discernimento può anche fare male. Ci fa male perché la verità fa male. Fare discernimento significa compiere un atto di verità e di libertà nei confronti della nostra esistenza. Questo non significa ancora agire liberamente e in verità, ma è senz’altro un primo passo per intraprenderne un cammino quotidiano di inveramento.
Discernere significa ricercare la propria libertà. Incontrare la propria libertà significa incamminarsi nella verità. Incamminarsi nella verità provoca in noi dei bei moti di responsabilità che ci rende più umani nei confronti della nostra e altrui esistenza.
Per compiere questo gesto di discernimento Gesù non si reca in alcun palazzo romano, dove sembra che la politica si chiuda sempre più su se stessa preoccupata solo di salvare se stessa contro tutto e contro tutti. Azione pericolosa questa. Già vissuta nella storia. Gesù non si reca in alcun palazzo per fare discernimento, anche Papa Francesco ha compiuto una rivoluzione non entrando nel palazzo Apostolico. Per compiere discernimento abbiamo bisogno di silenzio, di un luogo appartato, di preghiera.
Ci sembra cosa improponibile questa per la nostra vita moderna. Eppure se non abbiamo il coraggio di preservare degli spazi vitali, proprio la vita moderna rischia di divorare ogni angolo della nostra esistenza, lasciandoci lungo la strada mezzo morti, senza più alcun tratto di umanità.
Ritiriamoci in preghiera, in un luogo appartato e al cospetto dell’Assoluto cerchiamo di capir qualcosa di più, ogni giorno della nostra vita cercando poi di concretizzare quei piccoli passi che fanno crescere la nostra interiorità, la nostra persona, la nostra identità, la nostra fede.
Avere il coraggio di compiere questa scelta, significa avere il coraggio di uscire da quel vortice bestiale che ci uccide. Quel vortice bestiale che è fatto di evitamento, un brutto meccanismo di difesa che noi mettiamo in atto continuamente, facendoci sempre più del male senza che ce ne accorgiamo.
Evitamento significa porre delle scelte per evitare le difficoltà e le sofferenze, come atteggiamento primario di discernimento. Avere questo come scopo del nostro vivere, questo scopo noi lo possiamo cogliere in modo sempre più pervasivo nel nostro quotidiano, significa condannarci a non ricercare ciò che è vero, bello e buono. Significa obbligarci alla non libertà. Significa perdere terreno nell’ambito della bellezza della responsabilità, che si manifesta principalmente nell’avere cura delle persone, nel prendersi cura di qualcuno e di qualcosa che sia un po’ più grande di un chihuahua.
La sofferenza non è una scelta e non è neppure qualcosa da ricercare. La sofferenza fa parte della scelta di amare, dell’essere persona. Il mondo è pieno di sofferenze, purtroppo il più delle volte sono sofferenze inutili e deresponsabilizzanti. Sono sofferenze che nascono da fughe continue dalla vita. Sono sofferenze che non nascono come conseguenze di una fatica nel volere raggiungere una meta, quanto invece da una involuzione logorante su se stessi, nel fare il gioco del gatto che si morde la coda, un gioco stressante ed infinito, che ci fa male e non porta da nessuna parte.
Avere il coraggio di porre in agenda un momento quotidiano di discernimento, di preghiera, di silenzio, in un luogo appartato, per comprendere qualcosa di più noi stessi e potere compiere quel passo che capiamo essenziale per la nostra vita quotidiana, credo che sia, anche nella croce, un bel gesto di amore e di libertà nei nostri e negli altrui confronti.
La nostra vita chiede sempre più di riuscire ad armonizzare cose che, prima, pensavamo impossibili da tenere insieme. Così anche per la fede: «Cristo di Dio» e «Figlio dell’uomo» non sono due definizioni agli antipodi, ma due facce della stessa medaglia. Due dimensioni, tra loro in sintonia, dello stesso mistero, cioè l’incarnazione.
Dehoniani
Ritiriamoci in preghiera, in un luogo appartato e al cospetto dell’Assoluto cerchiamo di capir qualcosa di più, ogni giorno della nostra vita cercando poi di concretizzare quei piccoli passi che fanno crescere la nostra interiorità, la nostra persona, la nostra identità, la nostra fede.
PG
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