Luca 9, 22-25
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».
L’indifferenza nasce a volte dalla paura, dalla paura di perdere la propria vita, dalla paura di perdere se stessi. Abbiamo paura che l’altro ci sminuisca e che ci chieda del nostro, per questo facciamo gli indifferenti. Rendiamo dura la nostra faccia e il nostro cuore per non vedere e non sentire il grido di Lazzaro che sta alla nostra porta. Lazzaro, come la donna siro-fenicia, non chiede il pane per i figli ma solo le briciole che cadono dalla nostra tavola imbandita. Ma noi non siamo disponibili a condividere quelle briciole che vanno a finire nella spazzatura: tonnellate e tonnellate di cibo che potrebbero sfamare mezzo pianeta.
L’indifferenza ci sembra l’unica vera medicina allo sfascio di questo mondo e non ci accorgiamo che l’indifferenza è proprio frutto di quella paura che fa dire a Gesù che: “chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”. Il volere salvare cioè salvaguardare è segno di decadenza. Nulla sta in piedi con la paura che vuole salvare. Neppure il capitalismo e lo sviluppo economico è possibile con un tale atteggiamento, figuriamoci se è possibile una vita più vera e più umana.
L’indifferenza mette al centro della propria attenzione e del proprio cuore, della propria mente e delle proprie preoccupazioni, l’individuo: un’isola in mezzo ad un mondo malvagio e corrotto. Il prendersi cura, il perdere la propria vita per l’altro, mette al centro della propria esistenza il senso di appartenenza. Noi siamo un corpo solo e o ci salviamo tutti o non si salva nessuno. Non ci sono esodati per il Regno; non ci sono esuberi per la casa del Padre: ci siamo tutti. La difficoltà che abbiamo a percepire questa verità è devastante per le nostre scelte di tutti i giorni.
Noi giochiamo agli indifferenti escludendo continuamente qualcuno, dicendo che alcuni morti civili sono effetti collaterali di una guerra, affermando che certe scelte economiche comportano dei sacrifici, che se vogliamo mettere in riga la finanza dobbiamo chiudere ogni possibilità di discussione e di democrazia.
Solo il senso di appartenenza ad un corpo può chiudere le porte dell’indifferenza. La quaresima è innanzitutto riconoscere e accogliere l’attenzione che Cristo ha per noi, Lui che è venuto per servire e non per farsi servire: accogliere questa attenzione per potere diventare come Lui. È il “chi vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”, che si concretizza nell’accoglienza del dono di Cristo.
In questa sequela noi diveniamo ciò che riceviamo: riceviamo il Pane eucaristico e quotidiano e diventiamo corpo di Cristo, pronto per essere donato e mangiato ai fratelli e dai fratelli. Nessuno possiede solo per sé: questa è una legge della vita mai a sufficienza assimilata. Crediamo che il segreto sia conquistare il mondo intero anche perdendo noi stessi. Mentre invece il segreto sta nel dono, nel condividere, nel prendersi cura, nel non cedere alla tentazione dell’indifferenza. L’indifferenza ci chiede di essere duri di cuore e gente che odia, che aggredisce. Il sentirsi corpo e dunque appartenenti, ci chiede attenzione e cura, condivisione e ricordo.
Potremmo dire che siamo chiamati ad essere isole di misericordia in mezzo al mare di indifferenza. Avere un cuore buono per le miserie altrui non cedendo alla tentazione di rispondere al male col male, non cedendo alla spirale di spavento e di impotenza che sembra invadere anche i gangli più nascosti della nostra esistenza.
Non cedere alla tentazione illusoria di volere salvare la nostra vita, di volere conquistare il mondo intero o un pezzo dello stesso, significa giocare la scommessa del cuore misericordioso. Avere un cuore misericordioso come quello di Cristo, non significa avere un cuore debole. Chi vuole essere misericordioso ha bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore e aperto sulle strade della vita che conducono alla condivisione coi fratelli e le sorelle. Un cuore che si lascia penetrare in modo fecondante dallo Spirito. In altre parole è un metterci di fronte alla vita con il nostro povero cuore, che conosce le proprie povertà ma sceglie, grazie alle sue povertà non nascoste o dissimulate, di spendersi per l’altro, di spendersi per il corpo smettendo di perdersi per un membro solo, cioè se stessi.
Questa è una risposta sana e umana alla tentazione della globalizzazione dell’indifferenza che uccide il corpo per salvare un membro dello stesso: niente di più stolto di questa scelta. È grazie al dono di sé che il terzo giorno si risorge, non nella salvezza di se stessi a discapito del prossimo.
Scegliere è il più grande onore che abbiamo e il fatto di non tirarci indietro nella capacità di decidere e nella volontà di essere fedeli sarà il segno che non siamo dei servi, ma siamo dei figli capaci di essere sempre più fratelli. Se matureremo interiormente in questa attitudine, allora la «croce» non solo non ci spaventerà più, ma sarà il segno inequivocabile della nostra libertà.
D. Semeraro
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