Luca 9, 43b-45
In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
A un certo punto della nostra esperienza di vita, scatta un atteggiamento di paura e di chiusura che ci conduce a negare la realtà che abbiamo davanti.
È chiaro l’atteggiamento dei discepoli di fronte all’annuncio del Signore Gesù – “il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini” – : non capiscono.
Non mi pare che vi sia molto da capire in ciò che il Signore dice, eppure le persone a lui più vicine non capiscono. Non possono capire perché negano l’evidenza della realtà.
Come nega l’evidenza della realtà un amico, un parente, una moglie o un marito, un padre o una madre, un figlio o una figlia, di fronte alla morte annunciata di un loro caro: la malattia non lascia scampo. La tentazione di negare questo dato reale, è grande e ritenuta via di uscita. Si inventano storie e bugie, pur di non dire al malato – che poi significa non dire a noi – che siamo di fronte al dramma e, allo stesso tempo, al compimento della vita.
I discepoli non capiscono, perché non accettano quanto a loro viene annunciato da Gesù. Non lo accettano perché non capiscono l’evidenza dei fatti e perché “avevano il timore di interrogarlo – il Signore- su questo argomento”.
Da che mondo è mondo la persona umana ha utilizzato questo meccanismo di difesa che può salvare la mente e l’equilibrio della persona stessa, in alcuni casi. Un meccanismo che alla lunga, però, rischia di uccidere lo spirito di ognuno di noi e di condannarci ad una deriva disumana che avvolge con le sue spire la nostra esistenza. Fino al dramma, al dramma finale: di fronte alla condanna, all’arresto, alla passione, alla morte di Gesù i discepoli scappano.
Come scappano tanti di noi di fronte a persone care che non hanno più speranza di vivere a lungo. Cosa che noi identifichiamo con la mancanza di speranza di vivere, ma che non necessariamente si identifica con tale mancanza.
Non avere più speranza di potere vivere a lungo non significa che non possiamo avere speranza nella vita. Gesù questa non speranza che per Lui era certezza, l’ha fatta diventare luogo di dono fino ad essere motivo di speranza per tanti, che poi siamo noi, che dopo di Lui siamo venuti. Questa è risurrezione, questa è aggiungere vita al tempo poco o tanto che abbiamo a disposizione, questa è la speranza, quella vera, che può illuminare le nostre giornate e anche, perché no, le nostre notti insonni.
La lentezza nel comprendere dei discepoli non può essere di consolazione a noi, suoi discepoli. La lentezza nel comprendere da parte dei discepoli è, per me, uno stimolo a liberarmi da tutte le negazioni della vita, che spesso diventano falsità, per potere essere sempre più libero nell’affrontare e nel vivere la realtà, nel vivere la vita.
Quante sono le realtà personali e sociali che noi continuiamo a negare con l’intento di non appesantire la vita di tanti di noi? Perché continuiamo a negare che questo sistema di vita è un suicidio annunciato ed una schiavitù per tanti, per troppi in questo mondo?
Perché continuiamo a dirci che certi mezzi o certe cose che noi usiamo non sono cattive in sé, quando continuamente ci accorgiamo che tanti di queste cose non cattive ne diventano schiavi? Forse che la nostra piccolezza e povertà, sia cattiveria nell’uso di queste cose?
Perché continuiamo a negare ciò che già l’enciclica di Leone XIII° – Rerum Novarum – ci ha detto nel 1891: che il lavoro non è una merce sottoposta alla legge dell’offerta e della domanda, che non si può speculare sui salari, sulla vita degli uomini come sul grano, lo zucchero o il caffè? Perché non lasciamo che questo annuncio metta sottosopra le nostre coscienze, e continuiamo come se nulla fosse? Fino a quando? Fino alla realizzazione del dramma: perdita di lavoro, famiglie sul lastrico, aziende che chiudono, schiavitù di ogni genere.
Non neghiamo la passione del Signore e chiediamo la grazia di non negare nulla della nostra esistenza. Chiedere questa grazia significa chiedere e accettare di potere stare male, di avere un tarlo nel cuore che rode. Ma è un odore, un male, uno star male per il bene, per la verità, per una vita più vera e più libera, vale a dire più cristiana.
Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI
Guarda le meditazioni degli ultimi giorni
24 Febbraio 2026 Matteo 6, 7-15
Rivolgerci al Padre con poche, asciutte parole non significa raffreddare il nostro rapporto filiale con la sua bontà paterna, ma semplicemente imparare a rimanere umilmente di fronte al mistero della sua volontà, nell’attesa che diventi presto anche la nostra. Significa dimorare nella fiducia che i nostri desideri saranno ascoltati non a forza di parole, ma con parole — e silenzi — forti di speranza.
R. Pasolini
Pregare non è mendicare, ma intensificare la propria vita.
Giovanni Vannucci
23 Febbraio 2026 Matteo 25, 31-46
Il giudizio del Figlio dell’uomo giudica il tipo di sguardo che abbiamo sul povero e sul bisognoso. Giudica il nostro giudicare l’altro per cui il carcerato è uno che ha ricevuto ciò che si merita, lo straniero è uno che disturba la nostra tranquillità, il malato è uno che sconta i suoi peccati, il povero uno che potrebbe lavorare di più … Il giudizio divino giudica il nostro chiudere le viscere a chi è nel bisogno (cf. 1Gv 3,17). Giudica il nostro sguardo che vede nell’altro un colpevole e non una vittima. Lo sguardo che Gesù ha sempre avuto nei suoi incontri con tante persone nel corso sua vita ha sempre visto la sofferenza degli umani ben più e ben prima che il loro peccato.
L. Manicardi
22 Febbraio 2026 Matteo 4, 1-11
Se noi avessimo la facoltà di non peccare
e di vincere tutte le tentazioni di peccato
con le sole forze della nostra volontà,
non avremmo motivo di chiedere a Dio
di non indurci in tentazione».
Sant’Agostino
Nel deserto le maschere non funzionano più, il ruolo sociale, i successi e i traguardi mondani e religiosi, non possono più aiutarci. Non si può più barare. Non resta che l’autosservazione, non resta che auscultare il proprio cuore e inabissarsi nello spazio tra un battito e l’altro nel grande Silenzio per essere ripartoriti.
E. Avveduto
Giovanni Nicoli | 24 Settembre 2022