Luca 9, 43b-45

In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».

Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

Credo sia importante iniziare la nostra riflessione chiedendoci cosa è la croce. La croce, nel suo simbolo, era, è stata ed è segno di un patibolo sul quale venivano crocifissi i rei di qualsiasi genere, l’importante che non fossero cittadini romani, per i quali era riservata una sorte migliore: la decapitazione.

La croce, lungo la storia, è stata ritenuta sempre uno strumento di condanna e di passione, di sofferenza e di giustizia. Nel nome della croce, mentre l’Italia viveva il suo Rinascimento, abbiamo devastato l’Europa con guerre da crociati dove tutti si arrogavano il diritto di essere portatori della croce vera, quella salvifica, crocifiggendo gli avversari, il più delle volte poveri diavoli del popolo. Nel nome della croce abbiamo saccheggiato Roma, un saccheggio e una distruzione e una morte capitanata da soldati asserviti alla Spagna e spalleggiati dagli svizzeri e dai lanzichenecchi. Nel nome della croce abbiamo devastato la Terra Santa e il Mediterraneo è stato ridotto ad un mare pieno di sangue umano versato con uccisioni e massacri, un mare dove lo sport più diffuso era saccheggiare le coste dove potere rubare e fare schiavi.

Nel nome della croce abbiamo costruito una spiritualità doloristica che se da un lato ha espresso tanti santi, dall’altro lato ha creato tante sofferenze e una comprensione della vita anti cristiana e ancor meno umana.

Credo sia importante, con questa esperienza storica sulle spalle, cercare di chiarire cosa la croce è veramente per Cristo, e quindi cosa dovrebbe essere per noi cristiani.

La croce è il simbolo e il luogo del dono, è il simbolo e il luogo più alto dell’amore. Noi sappiamo di amare veramente qualcuno quando siamo disponibili a soffrire per questo qualcuno, per l’amato e per l’amata.

Quando Paolo invita i mariti ad amare le proprie spose come Cristo ha amato la sua chiesa, non fa un passaggio di poco conto, chiede semplicemente di sapere soffrire per loro e di sapere morire per loro. Non per renderle vedove, come molte desidererebbero, ma per amore.

Dunque la croce è simbolo di una scelta libera e responsabile, una scelta di amore. La croce è luogo dove si esprime il livello di amore più alto.

Nella croce vi è morte e vi è sofferenza, perché noi umani sappiamo distribuire a piene mani tale sofferenza e morte, ma la morte e la sofferenza non sono il moto centrale dell’esistenza. Il moto centrale dell’esistenza è il dono di sé.

Gesù ha trasformato quello che era simbolo di sofferenza, luogo di morte, in un luogo e un simbolo di dono libero: infatti, noi sappiamo, che non c’è amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici.

Noi uomini tendiamo poi continuamente a riportare tale simbolo di dono alla sua natura originale, quella per cui è nato. Siamo bravi a ridurlo a luogo di pena e di morte, nel suo nome portiamo morte e distruzione anziché amore e salvezza. Nel suo nome abbiamo distrutto intere razze e nazioni nel mondo, nel suo nome abbiamo innalzato roghi. Anche nella storia della chiesa la tentazione è sempre la stessa, una tentazione molto umana e da anti Cristo: usare il simbolo della croce come luogo di sofferenza e come luogo di morte. Nel suo nome si chiede e si comanda conversione, anziché donare se stessi per amore dell’altro, che poi sarebbe il vero dono della salvezza.

E continuiamo a non capire. E continuiamo a temere. E continuiamo a non chiedere spiegazioni. E continuiamo a preferire l’ignoranza alla comunicazione. E continuiamo ad avere paura ed orrore dell’amore. Sperimentiamo la distruzione dell’amore ogni giorno, non vogliamo, per questo, accogliere e cogliere il messaggio di amore di Gesù che non è possesso ma dono gratuito.

E da ultimo ci rimane un pugno di mosche in mano, continuiamo a temere la morte anziché fare un passo in avanti e fare diventare la morte atto supremo di dono della propria esistenza. Temiamo la morte perché la temiamo come annientamento. Temiamo la morte perché non vediamo in essa la grandezza di un incontro di amore. Temiamo la morte, temiamo il dolore e in nome loro continuiamo a volere esorcizzare questa paura distribuendo croci a destra e a manca, anziché viverla come dono gratuito di vita, vale a dire come premessa di risurrezione.

Tutta la fede cristiana consiste nel demolire i preconcetti che ci siamo costruiti sulla fede in Cristo e nel lasciare che un poco alla volta Cristo stesso ci insegni una logica nuova, un modo nuovo di guardare le cose. Fintanto che vivremo in difensiva rispetto a questa logica nuova potremmo solo rendere più difficile la manifestazione del Signore nella nostra vita.

L. M. Epicoco

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19 Marzo 2026 Matteo 1, 16.18-21.24a

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E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge.

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17 Marzo 2026 Giovanni 5, 1-16

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E. Avveduto

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