Luca 9, 46-50

In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande.
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».

Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».

Il più piccolo è il più grande. Il più piccolo è il più grande perché è il più libero.  Solo chi è piccolo può essere grande. Nel piccolo si annida tutta la capacità di cogliere in libertà i movimenti sotterranei della vita.

I discepoli che sono alla ricerca di chi è il più grande fra di loro; i discepoli che anche durante la passione, mentre Gesù si fa piccolo per donarsi liberamente al mondo, si chiedono chi tra di loro “dovesse considerarsi il più grande”, manifestano tutta la loro e la nostra incapacità ad essere grandi secondo Dio.

I grandi secondo il mondo, secondo il nostro cuore, sono coloro che hanno bisogno di una continua affermazione di sé  e di riconoscimento. La deriva di questo bisogno infantile che noi continuiamo a considerare roba da grandi e da adulti, è sotto i nostri occhi: si mandano alla malora nazioni intere se noi non siamo “la prima donna”, riconosciuti come salvatori di una patria affossata da un ventennio di distruzioni.

Quando il mio intimo è preso da questo bisogno di riconoscimento, il mio intimo, e la mia persona con lui, sono schiavi di un bisogno che vive solo con la schiavitù. Schiavi di un bisogno di grandezza che vive e sopravvive solo se riesce a rendere schiavi tanti fratelli. Questa schiavitù non può dare vita, chiede solo vittime che si immolino a servizio del capo, del grande. E io chiesa non sono più a servizio ma mi faccio servire; io chiesa gerarchica vivo di privilegi che sono un grido di vendetta al cospetto di Dio. Io chiesa non so più rapportarmi alla vita, per questo mi rinchiudo sempre più nei miei castelli murati a meditare sulla cattiveria del mondo e sul rifiuto che questo mondo ha di Dio, non accorgendomi che questo mondo rifiuta me, non Dio che non sono io.

Il più piccolo è il più grande, perché il più piccolo, colui che non vive di riconoscimenti, è libero e non ha bisogno di asservire a sé nessuno. Laddove tutti siamo affannati a crescere in rilevanza, in visibilità, in influenza, in PIL, il Signore ci indica un’altra strada, che è poi quella vera anche se ritenuta stolta da noi: è la sua strada, quella della piccolezza.

Il piccolo non sente nessuno come contro, non ha bisogno di crearsi nemici, non vive della cultura del sospetto dove a pensare male ci si indovina sempre e comunque. Il piccolo è l’ingenuo che non risponde al male col male, ma col bene. Colui che cerca di essere il più grande angariando e schiacciando il prossimo, non guardando in faccia a nessuno, è uno che persegue il nulla e perseguendo il nulla, ci dice Papa Francesco, non può che diventare una nullità.

Avere bisogno di essere grandi è un bisogno adolescenziale che non ci porta da nessuna parte. Il bisogno di essere i più grandi, i migliori, non è via di liberazione, ma è via che necessita di vittime, di morti, di gente da sacrificare sull’altare del mio ego. Tutto è letto a partire da questa necessità impellente e immatura e tutto è ordinato all’ottenimento di questo risultato. Per fare questo si deportano schiavi, anche oggi; si massacrano uomini e bestie; si dilapidano le risorse naturali della creazione; si rende il mondo ogni giorno sempre più brutto e meno umano.

Evidenziare questa nostra necessità e riconoscerla, è il primo passo perché il Signore possa plasmare della creta malleabile alle sue mani di artista, che modella la nostra vita e la nostra esistenza in modo più vero e più libero.

La tipica mentalità settaria dei discepoli, che non tollerano che ci sia chi fa il bene al di fuori del loro gruppo, è superata da Gesù. A lui non interessa l’appartenenza al gruppo, ma che l’amore liberante di Dio raggiunga ogni essere umano, anche per mezzo di persone che non appartengono ai suoi. Nessuno detiene i diritti d’autore del bene che c’è nel mondo.

Alfredo Jacopozzi

 

Gesù indica i bambini come i più grandi, coloro che più di tutti assomigliano a Dio: il bambino sa vivere di generosità, dona tutto se stesso gratuitamente, senza maschere, senza chiedere nulla in cambio e sa accogliere la realtà così come si presenta, sa ricevere senza pretese. Per i semplici tutto diventa semplice. Paradossalmente per diventare grandi uomini bisogna mettersi in cammino per diventare piccoli, saper ritrovare il cuore dei pensieri e dei gesti semplici perché in questo sta il segreto della vera felicità.

 Filippo Rubini 

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9 Marzo 2026 Luca 4, 24-30

Le chiusure mentali più difficili da demolire ce le hanno coloro che pensano di essere i più vicini, cioè quelli che pensano di aver capito tutto e di avere tutto sotto controllo. A una persona che è convinta non si riesce nemmeno a parlarle fino in fondo perché il suo ascolto è occluso dalla sua convinzione.

M. Epicoco

Il ritenere tutto come ovvio finisce per non far riconoscere ciò che di diverso pure sta già germogliando, la familiarità finisce per dare tutto per scontato, l’abitudine finisce per leggere ogni cosa solo come stanca ripetizione di un passato senza sbocchi.

A. Savone

8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42

Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto

7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32

L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.

Dietrich Bonhoeffer

La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.

C. Bruno

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