Luca 9, 46-50

In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande.
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».

Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».

Noi tanto amiamo i bambini, quanto non li vogliamo. Non li vogliamo innanzitutto perché sono un disturbo per i nostri tempi moderni che chiedono libertà da ogni impegno affettivo e possibilità di movimento. Non li vogliamo perché sono più impegnativi di un cane o di un gatto, tanto affettuosi e di compagnia quanto poco chiedono a noi.

Amiamo i bimbi e il cuore ci si apre, soprattutto quando sono degli altri, ma allo stesso tempo tendiamo a negarne l’esistenza.

In fondo noi siamo chiamati a negare il bambino che siamo noi per divenire adulti. Tutto ciò che in noi parla di bambino lo neghiamo e lo reprimiamo, salvo poi avere dei ritorni di fiamma infantili, perché dobbiamo diventare grandi ed adulti. La via intrapresa dall’uomo è la via della perdizione, della perdizione/perdita dell’essere bambini per il Regno.

Gesù non fa l’elogio dell’infantilismo ma dell’essere bambino.

Il bambino era semplicemente un’appendice della madre la quale era un’appendice dell’uomo.

Il bambino che Gesù prende e mette accanto a sé, rappresenta il punto zero della realizzazione: ciò da cui partiamo e che neghiamo per diventare adulti. Il bambino è negazione dell’uomo.

Il bambino è dipendenza assoluta: lui c’è perché è di qualcuno! Da sé, per questo, non può nulla ed è ciò che gli altri ne fanno. È la creatura per eccellenza.

Il bambino altro non è che l’ultimo del mondo e dell’ambito religioso.

In fondo il bambino è colui che è impossibilitato ad osservare la legge e, quindi, il più vicino, il parente povero, il peccatore. Anzi il peccatore è qualcosa di più perché a lui l’osservanza della legge sarebbe richiesta e possibile, al bambino no.

Noi adulti siamo convinti che siamo vivi quando possiamo primeggiare in qualcosa, fosse anche l’ultima trota che abbiamo pescato. Primeggiare utilizzando tutto quello che ci viene per mano, utilizzando tutto e tutti.

Il piccolo, invece, vive solo se servito ed accolto: lui è niente ed ha bisogno di tutto. È puro bisogno, il piccolo, e vive di accoglienza.

Questo significa che il riconoscerci creature, cosa che Adamo ha tentato di negare, è essenziale ad una vita di fede.

I discepoli se vogliono capire il mistero della croce, sono chiamati a capovolgere il loro modo di pensare. Il vero criterio di realizzazione, nel Regno, è l’accogliere l’altro, non il dominare.

Chi accoglie, accoglie il piccolo, accoglie il senza diritti, accoglie il senza meriti, accoglie chi ha bisogno di tutto, accoglie il Regno, accoglie il Creatore, accoglie il Padre ed accetta, con un atto di fede incommensurabile, di essere figlio, uno tra molti fratelli.

Accogliere il Signore che per accogliere tutti si è fatto il più piccolo fra tutti, il servo di ognuno. Lui si è fatto piccolo per potere stare nelle mani degli uomini che ne hanno fatto quello che hanno voluto, ma non l’hanno accolto e accudito.

Oggi Lui si mette nelle nostre mani per potere essere accolto e accudito da noi. Nell’accogliere Lui noi diveniamo capaci di essere figli di Dio. Lui che è Luce del mondo ci rende illuminati e ci fa rinascere a vita nuova, se accogliamo Lui.

Il bambino, il bisognoso di tutto e il senza diritti, è l’altro io di Gesù. Gesù si identifica in modo misterioso col bimbo nello stesso modo con cui si identifica con Colui che lo ha inviato. Così si ritrova rispecchiandosi in ognuno di noi. Uno specchio double-face: dove si vede in noi e nel Padre allo stesso tempo. Ed è in questo rispecchiarsi che, meraviglia, Lui ritrova la sua identità. Ed è in questo modo di rispecchiarci che siamo invitati a ritrovare la nostra nuova identità. Identità da bimbi e non più da potenti. Identità che rivoluziona il mondo sommerso da guerre e da divisioni.

La società di oggi è dominata dall’avvento dei social e dall’autoritratto digitale, oltre che dall’assenza di una propria personalità. Chi guarda sé stesso è fuori da ogni relazione. Solo l’altro dice chi siamo: fin dai tempi dei greci e dei latini, la relazione con l’altro è qualcosa di fondamentale e ci rappresenta, in un modo o nell’altro.(…) Entrate nella vita! Più like e followers si hanno, più si pensa di essere qualcuno e importante: in realtà, però, questo è soltanto presenzialismo senza sostanza, senza un qualcosa di rilevante ai fini della valorizzazione della nostra identità. 

 U. Galimberti

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