Frattanto sorse una discussione tra loro: chi di loro fosse il più grande. Allora Gesù, conoscendo la discussione del loro cuore, preso un bambino lo collocò accanto a sé e disse loro: Chi accoglierà questo bambino nel mio nome accoglie me; e chi accoglierà me, accoglie chi mi ha mandato; poiché il più piccolo tra tutti voi, questi è grande.
Giovanni prese la parola dicendo: Maestro, abbiamo visto un tale scacciare demoni nel tuo nome; gli e lo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci. Ma Gesù gli rispose: Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi.
Chi è il più grande e chi è dei nostri sono due peccati dirompenti per la chiesa e per l’umanità; sono tanto dirompenti quanto nascosti dietro le buone intenzioni e i buoni propositi. L’inferno è lastricato di buone intenzioni.
La buona intenzione, elemento essenziale per agire bene, diventa il vessillo del male quando, anziché essere usata per seguire Cristo crocifisso, viene usata per me stesso e per noi stessi. Io il più grande, chi non è con noi non può essere il più grande.
La buona intenzione è usata dal perfido per nascondere le sue vere intenzioni; è usata dal pentitismo per darla da bere ai perbenisti; è usata dal pio come adesivo per giustificare le sue scelte; è usata dal potere per coprire il male che bisogna fare nel nome del bene; è usata dalla chiesa che non ha fede ed ha paura di scomparire; è usata dai potenti per autogiustificarsi; è usata …
L’unico motivo che può giustificare, nel senso di rendere giusta, una buona intenzione è Cristo.
La buona intenzione del singolo è usata dallo stesso, se non è per Cristo, per la propria autoaffermazione: devo raggiungere traguardi sempre più grandi, devo essere il migliore, non lo sono e allora devo riuscire a raggiungere quel posto perché se non lo raggiungo non sono nessuno, tutto questo non in nome di Cristo, ma contro Cristo. Sì perché se raggiungiamo un posto ragguardevole, anche e soprattutto all’interno della chiesa, noi pensiamo che se siamo degli asini allora magicamente non lo saremo più.
Magia: diventa famoso, piscia a letto e diranno che hai sudato. Noi crediamo fermamente a questo detto e, anziché perdere il nostro tempo a mettere Cristo al centro della nostra vita, a Cristo centrarci, perdiamo il nostro tempo ad autocentrarci e ad autoaffermarci.
È la perdizione di ogni carica ricercata per se stessi anziché accolta per Cristo: ogni monsignorato, ogni curiazio, ogni super parroco, ogni capocoro …
Sono fonte di perdizione perché, e ce ne accorgiamo appena ci sono dei problemi, non sono vissuti per accogliere ma per autoincensarci.
Appena ci sono dei problemi: liti infinite ed insanabili: ho dato tanto e guarda gli altri come mi corrispondono, pensiamo e diciamo. Mi ritiro a vita privata solo col mio orgoglio e il mio astio, passando le mie giornate a darmi ragione e a dare torto agli altri.
L’ignoranza della Parola, il velo che impedisce di percepirla e la resistenza nel non volerla conoscere, sono radice e frutto dell’autoaffermazione.
Dio è amore, quindi umile. L’umiltà è via alla sua conoscenza, la superbia ne sbarra l’accesso. Impedisce di conoscerlo proprio perché ha la sua origine nell’ignoranza di Dio. Lui è amore per l’uomo: chi lo ignora, deve trovare in sé la propria salvezza. Da qui l’autoaffermazione che allontana dalla salvezza. Per questo il superbo non conosce Dio e, mentre cerca di salvarsi, si perde conoscendolo sempre meno.
Questa superbia non è una cosa indifferente o da mezze checche. Chi è superbo, soprattutto se ha degli incarichi importanti a livello sociale ed ecclesiale, giudicherà il da farsi a partire dalla sua superbia: sarà un disastro per la collettività, per la comunità cristiana, per il proprio reparto, per il proprio ufficio, per i propri compagni di lavoro, per i propri amici. Chi è umile può giudicare secondo Dio: e questa è salvezza, è vita, è possibilità di agire e di amare.
I discepoli resistono al cammino di umiltà di Dio perché hanno in sé il peccato di protagonismo. È il peccato di Adamo, è il peccato originale, è il peccato vero e proprio che ci portiamo tutti dentro: quello di volere occupare il posto di Dio: questo è il peccato che sta all’origine di tutti i mali.
Contro ogni ambizione stoltissima di carriera e di arrivismo nella chiesa, Gesù dichiara che la scala di valori trova in testa l’ultimo, perché il Figlio dell’uomo si è fatto servo di tutti.
Il più grande: è colui che soffre la sindrome del dinosauro, cioè il bisogno di ingrandire se stesso a spese altrui. La vera grandezza per Gesù è la minorità, che è principio di fraternità, che porta in sé la capacità e il desiderio di accoglienza, rimettendoci da una parte, molto vicina alle chiappe dove noi teniamo il portafoglio, ma arricchendosi dall’altre, molto vicina al cuore: giudicate voi cosa è meglio cercare. Questa e solo questa porta alla comunione col Padre.
La smania di grandezza, frutto di egoismo e di paura, è l’ostacolo alla Parola: è lo spirito sordo e muto che impedisce la fede. Questo è il motivo dell’impotenza dei discepoli nella lotta contro il male (v. 37-43). Non potranno mai vincere il male, fino a quando marceranno sotto il suo vessillo.
Non ho bisogno di crescere, al contrario bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre più.
Santa Teresa di Lisieux
La società di oggi è dominata dall’avvento dei social e dall’autoritratto digitale, oltre che dall’assenza di una propria personalità. Chi guarda sé stesso è fuori da ogni relazione. Solo l’altro dice chi siamo: fin dai tempi dei greci e dei latini, la relazione con l’altro è qualcosa di fondamentale e ci rappresenta, in un modo o nell’altro.(…) Entrate nella vita! Più like e followers si hanno, più si pensa di essere qualcuno e importante: in realtà, però, questo è soltanto presenzialismo senza sostanza, senza un qualcosa di rilevante ai fini della valorizzazione della nostra identità.
Galimberti
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