Luca 9, 7-9
In quel tempo, il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elia», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
E ci risiamo col potere che pretende che la vita rientri nell’inscatolamento dei propri schemi e delle proprie visioni. Per il potere una persona deve essere quella che corrisponde al compito a lei dato, dettato e comandato. Per il potere non c’è nulla che l’altro non debba fare per dovere e non c’è nulla che il servo del potere non possa fare anche secondo i propri capricci, perché lui è il potere ed è lui che fa il bello e il cattivo tempo con le leggi.
Il potere così vissuto non cerca il bene del paese, il bene della gente, cerca solo di salvaguardare il potere proprio e utilizza le leggi, magari facendole ad personam, per continuare a perpetuare il proprio potere. Naturalmente ringraziando i cittadini per il voto ricevuto, naturalmente dicendo che si mette a disposizione del paese, magari mandandolo in malora pur di salvare se stesso. Fino all’epilogo dove si afferma che “se devo affondare io affondi con me tutto il paese”. Tutto deve andare a fondo se affonda il potente.
Il potere, Erode, vede la vita come un calcolo e come il frutto di un risultato. È il risultato di un castello costruito per sé, è il risultato di una dottrina ben strutturata. Nulla può sfuggire alle maglie del potere, pensa il potente. Mentre ciò che sfugge al potere è proprio l’unica cosa che vale la pena di conservare e curare: la vita.
Il potere, che uccide se stesso intristendosi ogni giorno di più, non riesce a cogliere le trame sotterranee della vita stessa. Non sente il fiume di vita che passa nelle strade dei nostri paesi e nei sentieri di montagna. Il potere non sa riconoscere le correnti marine e i balzi dei torrenti di montagna. Il potere vede solo una distesa d’acqua da contabilizzare e da dominare, non può scorgere la vita che nel mare c’è. Il potere non può sentire la bellezza della brezza del mattino che ti sferza benevolmente il viso in riva al mare o su di un cucuzzolo della montagna.
E allora via con una ridda di ipotesi che possano confermare il potere: “Giovanni è risorto dai morti”; “è apparso Elia”; “è risorto uno degli antichi profeti”.
Ma il potere non può smentire se stesso: “Giovanni l’ho fatto decapitare io; – io che posso – chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?”
“E cercava di vederlo”. Erode il potente cerca di vedere chi annuncia la buona novella e guarisce i malati. Erode vuole vedere Gesù. E lo vedrà. Lo vedrà nel momento della sua passione. Lo vedrà ma non sarà salvato perché non si lascerà guardare dalla salvezza, dalla verità.
Anche Zaccheo, a suo modo, era un uomo di potere. Ma voleva vedere Gesù per ben altri motivi. Zaccheo si è lasciato vedere, ha accolto lo sguardo di benevolenza di Gesù, ed è stato sanato e salvato.
Gesù, anche se Erode non lo sa, dà un appuntamento ad Erode stesso: nel giorno della passione ci incontreremo. Ma il potere capisce solo i suoi simili ed è preoccupato solo di quel potere che è più grande di lui e che può scalzare lui. Per questo non vede la salvezza e non si lascia commiserare dalla salvezza.
Per il potere la Pasqua non esiste.
Il vedere per Erode è solo un fallimento, come lo è per tanti di noi. Il vedere che diventa fallimento della fede, perché il vedere segue certe regole che non sono attraversate dalla vita della fede. Il vedere se non è il coronamento dell’ascoltare, diventa il fallimento della fede. Per questo la curiosità del potente Erode, diventa fallimentare, gli preclude cioè la possibilità di un vero e significativo incontro.
Con queste logiche si perde l’humus della vita. Con queste logiche noi diveniamo ciechi: scorgiamo qualcosa, diamo una sbirciatina, ci lasciamo muovere, ma non troppo, nella nostra curiosità, ma non per cambiare. Diventiamo i guardoni della fede, diventiamo il figlio maggiore: vede tutto, sa tutto, ma non capisce nulla e non si lascia travolgere nell’atto dell’amore.
Erode è simbolo del potere ed è complice della morte di Gesù. Gesù è la Luce, Colui che vede e che illumina. Erode potente, colui che non vede e non scorge la vita per eccellenza, uccide la Vita vera che ci indica la via.
Ne consegue che colui che non vede, il cieco, il potente Erode, non vedendo fa di tutto perché anche gli altri non vedano. Decapita la verità e la vita: questo è tipico dei poteri politici e religiosi.
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8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42
Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto
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La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.
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