In quel tempo, il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elia», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
Erode che vuole diventare re a tutti i costi ma non ci riesce, Erode che fa decapitare il Battista perché lo accusa, taglia la gola a colui che è voce per non ascoltare la parola anche se dice di volerla ascoltare, Erode che finisce miseramente roso dai vermi (At 12, 23), Erode preoccupato di salvarsi il sedere a tutti i costi, sente ma non capisce, vuole vedere ma non sa riconoscere.
Erode si pone una domanda su chi è Gesù ma non attende alcuna risposta, tenta lui di darsi risposte ma sono tutte risposte faziose che non lo soddisferanno. Lui in realtà non si attende alcuna risposta: l’ha già decapitata. Ha solo un interesse da difendere e quindi non l’avrà mai una risposta vera. Erode vuole ascoltare e vedere ma avendo egli tagliato la gola alla voce (il Battista) che grida nel deserto, ha fatto tacere la parola. Per questo ogni suo tentativo di identificare Gesù abortirà, anche se ascolta tutto ciò che capita e cerca di vederlo. Anzi, il suo ascolto si tradurrà in ricerca di lui per ucciderlo (Lc 13, 31) e il suo desiderio di vederlo un incontro mortale, in cui verrà nientificato e deriso (Lc 23, 11).
L’atteggiamento di Erode è un atteggiamento che non permette a lui di conoscere il Signore: pur ascoltandolo e vedendolo non ne riconosciamo il mistero.
Ascoltiamo tutto quello che fa attraverso la sua Parola e attraverso i santi che camminano nel mondo d’oggi, ma il nostro attaccamento ai nostri punti fermi, alle nostre convinzioni e alle nostre paure non ci permettono di riconoscerlo: ascoltiamo la sua Parola e non la capiamo, e ci nascondiamo dietro un banale e demoralizzante: è difficile.
È difficile comprendere quello che dice, è difficile trovare il tempo per prenderla in mano, è difficile interpretarla, non ci capisco niente. Preferiamo darci degli imbranati anziché riconoscere la nostra pochezza di ascolto. Ascoltare non significa e non può significare verificare se quanto ascolto corrisponde a quello che penso io, se mi dà ragione, oppure se posso usare la parola stessa per vivere meglio, cioè più comodo e più al sicuro. Più comodo e più al sicuro perché se capisco meglio, mi posso gestire meglio e se seguo il Signore certamente egli mi ricompenserà.
Questi sono tutti atteggiamenti che in Erode noi ci portiamo dietro e che servono solo a sgozzare la Parola sul nascere.
Anche il nostro vedere non è così bello e chiaro come potrebbe sembrare a prima vista. La morbosità con cui cerchiamo di vedere Gesù non è un atto di amore ma appunto un atto di morbosità che ricerca il sensazionale, lo cerchiamo per i miracoli, per avere ragione sul mondo, per avere ragione sugli altri, lo usiamo come ariete per abbattere le porte della casa altrui anziché preoccuparci di aprire le porte di casa nostra perché i messaggeri di pace possano entrarvi e rendere vivibile lo spazio vitale del nostro cuore.
Perché cerchiamo di vedere Gesù? Lo vogliamo vedere per amarlo e per comprendere meglio il suo ruolo nella nostra vita? Lo vogliamo vedere come lo voleva vedere Zaccheo che, arrampicandosi sull’albero, si è reso ridicolo agli occhi degli altri o lo vogliamo vedere per dire: anch’io c’ero, gli ho stretto la mano, mi ha salutato, mi ha rilasciato un autografo?
Gesù non ama essere un fenomeno da baraccone: vuole essere amato e vuole amare. Riusciamo a scoprirlo nel nostro quotidiano e ad amarlo? Siamo chiamati a scoprirlo negli occhi di un bimbo, nel sorriso di una ragazza, nel pianto di un vecchio, nel rancore di un uomo, nella gioia di una madre, nella disperazione di un extra comunitario, nella paura di chi sta per essere bombardato.
Tutto questo noi lo potremo fare se ci liberiamo da quell’atteggiamento erodiano che non lascia libero il nostro cuore per un incontro, anziché ricercare una nostra convenienza.
Uscire dal vicolo cieco della autogiustificazione ed entrare nella via della conversione ci permette di diventare disponibili all’incontro.
Amos (8,11-12) descrive la più grande maledizione biblica: aver fame e sete della parola di Dio, cercarla dappertutto e non trovarla. Domandiamo al Signore la liberazione da questa maledizione.
A seconda di come ascolta ognuna e ognuno di noi può indossare le vesti di Erode o quelle del discepolo.
Non basta porsi domande su Gesù.
Bisogna anche accogliere le risposte che vengono da Lui e che spesso sconvolgono e ribaltano i nostri troppi e troppo ovvii “saperi” su Gesù.
Locatelli
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