14 gennaio 2021 Marco 1, 40-45

Giovanni Nicoli | 14 Gennaio 2021

Marco 1, 40-45

Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Un lebbroso: una persona che vive in perpetua sofferenza morale e fisica, che vive in perpetuo isolamento. Nel vangelo di oggi trasgredisce la legge questo lebbroso, per questo può incontrare qualcuno. Il lebbroso è un intoccabile e un inavvicinabile.

Pensando a questo lebbroso sono tante le persone che non hanno diritto di vivere e di essere. Mi vengono in mente le centinaia di milioni di emarginati di cui la nostra società ha bisogno per vivere. Le bidonville strapiene di gente che ha una sua dignità, anche se noi non gliela riconosciamo, che ha una sua vita. Le tantissime persone che vivono sotto la cosiddetta soglia di povertà, ma che vivono con dignità questo loro stato. Persone isolate che sanno trarre dal loro stato comunque un senso alla loro vita.

Mi vengono in cuore le tante persone che vivono continuamente nella sofferenza fisica, che non hanno più alcuna speranza, che non desiderano più nulla, che faticano anche ad aspettare la morte, che sono martoriate da un sistema sanitario che il più delle volte le usa per sopravvivere a se stesso.

Quante persone che vivono escluse dalla società, cioè da noi. Che ci danno fastidio, delle quali abbiamo paura, che sono spesso demonizzate. Che non hanno diritti di cittadinanza, come se non fossero mai esistite, e che debbono rincorrere il loro diritto ad esistere perdendo parte della loro vita a cercare di avere una carta che attesti il loro diritto ad esistere, ad avere un lavoro, ad avere una casa, ad avere una famiglia.

Tutte queste persone oggi, nella persona del lebbroso, si presentano a Gesù, si presentano a noi e ci dicono: “Se vuoi, puoi guarirmi”!!!

Non so quale sia la vostra reazione di fronte a una richiesta del genere, che ogni giorno si leva dalle periferie delle città, dalle case, dalle strade, dagli autobus! Forse non abbiamo più tempo per ascoltarlo questo grido! Forse non abbiamo più nemmeno la capacità di sentirlo: il nostro cuore è chiuso e arido, ha paura di essere travolto da questa massa che spinge ai confini delle nostre nazioni e che alle nostre porte continua a bussare. Forse anche il nostro udito ormai è abituato a fare orecchio da mercante, a non individuare più, in mezzo ai rumori della nostra esistenza frenetica, la voce di un fratello che grida a noi: aiuto! Forse la nostra capacità di attenzione è talmente compressa da essere continuamente distratta, persa nei suoi pensieri; eh sì, abbiamo talmente tante preoccupazioni sul lavoro che, come si fa a porre attenzione ai poveri, ai figli, alla moglie, al marito, ai genitori, ai nonni, al parroco, alla vecchietta, al marocchino, alla prostituta, al morto di fame, ai profughi, ai migranti, all’ubriacone che incontriamo per strada e che, se non stiamo attenti, ci vomita addosso! Umanità? Sarebbe meglio fare una pulizia radicale di tutte queste persone così che noi non siamo più disturbati! Un bel ghetto dove relegare le prostitute: ma sono donne anche loro? Dove possano essere schiavizzate e sfruttate meglio! Dove la legge è il protettore o la maman! Dove nessuno entra se non solo quelli che… dove… Prigioni a cielo aperto, lontane dai nostri occhi.

Queste e altre persone gridano a noi: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. Sentiamo il loro grido? Ci permettiamo di avere compassione di loro come Cristo ha avuto compassione del lebbroso? Compassione, la traduzione letterale direbbe “Adiratosi”! Abbiamo ancora forza per incazzarci di fronte alle ingiustizie? Abbiamo ancora fiato per gridare a nome di quegli oppressi che fiato non hanno più? Ci interessa di più ascoltare migliaia di volte al giorno come va la borsa e l’Euro, piuttosto che prestare orecchio a chi non è ascoltato? Riusciamo ancora a dire col nostro cuore: “Lo voglio, guarisci!”?

È vero non possiamo risolvere i problemi del mondo intero! Ma ogni giorno ognuno di noi può andare incontro ad un povero, ad una persona bisognosa ad un lebbroso di AIDS o di Covit e risolvere quel poco che ogni giorno ci viene chiesto. Non possiamo nasconderci dietro al fatto che ce ne sono tantissimi altri: tu aiuta quello che puoi aiutare! Se saremo in pochi quelle poche persone avranno trovato un motivo per vivere; se saremo in tanti una fetta di umanità potrà riscoprire un modo più vero di esistere. Dietro ogni volto c’è una persona, dietro ogni problema c’è una vita. Bando ad ogni volontà di onnipotenza, largo alla forza dell’amore per quella persona che oggi si presenta a me chiedendomi di toccarla e dire con tutta la mia persona: “Lo voglio, guarisci!”.

La guarigione di una malattia che era ritenuta maledizione di Dio, diventa segno dei tempi messianici, diventa benedizione di Dio. Noi, guarendo questa malattia, diventiamo persone che fanno crescere il Regno di Dio, che fanno Eucaristia, diventiamo sacerdoti del Dio Altissimo, siamo benedizione per i nostri fratelli: li benediciamo con il nostro adirarci contro ogni malattia ed ingiustizia, li tocchiamo, diciamo loro che vogliamo che guariscano, comunichiamo loro la benevolenza che c’è nel nostro cuore, diventiamo persone contagiose, contagiose nel bene.

Questi poveri, sono loro che toccati da Cristo attraverso di noi, annunceranno la buona novella agli altri poveri. La annunceranno semplicemente vivendo, mostrando agli altri la loro guarigione, la loro vita nuova.

Gesù “prova compassione” per il lebbroso, sente come propria la sua sofferenza, prova una commozione viscerale, quasi materna. La misericordia è spazio di rigenerazione dell’altro. Così nel lebbroso Gesù non vede un castigato da Dio, ma un figlio di Dio offeso nella sua dignità di persona, e allora gli si fa vicino, si fa suo prossimo e lo tocca. Il contatto fisico ha una valenza terapeutica, più che mai nel caso del lebbroso, condannato all’isolamento. La malattia, l’isolamento cui essa costringe, diventano così occasione di vedere con occhi rinnovati e considerare come grazia il gesto di affetto dell’altro, il dono della sua vicinanza.

Gesù, toccando il lebbroso, contrae impurità rituale, entra nella sfera del male dell’altro: il prezzo della guarigione che Gesù compie è l’assunzione su di sé dell’impurità dell’altro.

Ha scritto Tolstoj: “Non c’è sporcizia più grande di chi non vuole sporcarsi le mani con gli altri”.

La carità non è innocente, la carità contamina, compromette, fa assumere la sofferenza dell’altro. Gesù guarisce, restituisce il lebbroso alle relazioni sociali e vitali di cui era prima escluso.

Prezzo di questa guarigione è che Gesù si viene a trovare lui stesso nella situazione del lebbroso. Dice il testo: “Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti”. Gesù stesso è costretto a vivere fuori dai luoghi abitati, come un lebbroso. Il testo è allusivo e indica che il prezzo della guarigione che Gesù compie è la perdita della vita. Gesù dà vita perdendo la propria vita. Gesù guarisce per mezzo della paradossale potenza che si manifesta nella croce.

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