11 Gennaio 2024 Marco 1, 40-45

Giovanni Nicoli | 11 Gennaio 2024

Marco 1, 40-45

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».

Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Una mattina ho celebrato un funerale, il funerale di Caterina. Novantacinque anni, una sorella e due nipoti. In chiesa altre dieci persone sparse qua e là. Il funerale di una abbandonata, di una sconosciuta se su una parrocchia di 10.000 persone queste sono quelle che accompagnano Caterina all’ultimo saluto. Eppure è stato un funerale caldo: ci siamo seduti e abbiamo parlato intorno alla bara di Caterina e di Gesù.

Il ricordo di Caterina mi fa pensare, meditando il vangelo di quest’oggi, a quanti siano i lebbrosi intoccabili nella nostra società. Perché la nostra società funziona continuamente con lo scopo programmato di creare dei rifiuti umani. Gli effetti collaterali della nostra società sono i poveri, sono i reietti, sono coloro che devono morire per difendere i nostri interessi. La nostra società salutista crea un mucchio di rifiuti umani nelle case di cura e negli ospedali. Chi può si fa curare in cliniche, chi non può sta a marcire in una corsia di ospedale o di casa di cura abbandonato da Dio e dagli uomini.

Eppure oggi il grido lo si sente e lo si sente forte: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. È il grido di milioni e milioni di esseri umani che per la nostra alta finanza e per il nostro sistema sociale, sono solo rifiuti tossici che, speriamo, si potranno poi cremare e disperdere nel vento perdendo ogni ricordo.

Padre Turoldo, mentre combatteva contro la grande Bestia, il tumore che lo divorava scriveva: “Non ti chiedo che tu mi guarisca: offesa sarebbe la domanda che esaudire non puoi: chiedo che tu mi salvi”. Di questo abbiamo bisogno veramente: di salvezza. Solo la salvezza non ci lascia soggiacere alla morte quotidiana ma ci spinge verso la vita. Quando il Nulla vince il nostro quotidiano e lo conquista, siamo realmente finiti. Quando il Nulla vince i nostri desideri vengono inceneriti e la nostra infelicità oggi come nell’eternità è assicurata: siamo e saremo soli e lontani, lontani da tutti, lontani nella nostra mente persa, lontani nella disperazione. La nostra vita viva porta un insieme di rimorsi e di grazia: è il prezzo che paghiamo noi per la nostra infedeltà, è il prezzo che paga Dio per la sua fedeltà verso di noi.

Il cedere alla tentazione del dire che “la carità ben ordinata comincia da se stessi” è il colpo di grazia che il borghese ha inflitto alla sua coscienza messa alle strette. Se non riusciamo a cogliere quanto ci dona Bernanos che “la grazia sta nel dimenticarsi”. È il povero che dobbiamo amare in noi stessi, non il ricco che vorremmo essere. È il sofferente, non quello che sta bene. La carità che ci dobbiamo è la stessa che ogni discepolo di Gesù deve ad ogni povero.

È una gara: il nostro pentirci non cedendo alla tentazione del “sono sempre le stesse cose, sempre gli stessi peccati”, e Dio che ci usa pietà. Noi a pentirci, Lui a donarci misericordia; noi a pentirci chiedendo purificazione, Lui a salvarci e a purificarci. È la gara del bambino che si sporca giocando la vita e non può fare diversamente con la mamma che continua a pulirlo e a lavarlo rivestendolo in modo lindo.

È necessario questo gioco, anzi questo è il gioco. È necessario il nostro cadere e il nostro fallire, come è necessario per Dio continuare a perdere: è il gioco della Grazia.

Il nostro è un Dio sempre esposto a follie e ad accontentarsi di come siamo. Il nostro è un Dio che ha deciso di perdere in croce per amore e che continua a perdere oggi, a perdere sempre: è “Luce incandescente e pietosa”.

Non possiamo cedere alla richiesta di questo Dio che, purificatoci per l’ennesima volta, ci invita a tacere la nostra guarigione, la nostra purificazione. Non possiamo che “proclamare e divulgare il fatto” e anche questo è un atto della nostra continua sfida di vita fra noi e Dio: noi a cadere, Lui a purificarci e salvarci.

È l’unione amorosa! Dire il Credo con il sentimento del cuore, è ritornare capaci di vedere una dichiarazione d’amore: sì, ti amo anch’io!

 

 

Tutto mi chiede salvezza. Per i vivi e i morti, salvezza.

Daniele Mencarelli

In ognuno di noi c’è il seme della gentilezza amorevole, la capacità di offrire gioia e felicità. La capacità di alleviare la sofferenza di qualcuno. La capacità di rimuovere e trasformare la sofferenza nell’altro.

Thich Nhat Hanh

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16 Giugno 2024 Marco 4, 26-34

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Albert Einstein

Non accelerare, non forzare la primavera, non snaturare la vita: rischi di perderne il colore ed il sapore, il colore dei fiori sbocciati, il sapore del grano maturo. Se solo saprai guardare, quel granello di senape, preso anche come misura della tua fede, diventerà albero rigoglioso e forte, riparo e ombra, luogo dal quale si potranno sentire gli uccelli cantare, le cose cantare, cantare la vita.

L. Verdi

15 Giugno 2024 Matteo 5, 33-37

Nell’epoca della post-verità nella quale viviamo, le parole sono fluide, scivolose, spesso lanciate invece che offerte, e non ci trasmettono la verità, ma pensieri confusi, smarriti, ambigui, forse perché nascono dalla paura di entrare dentro di noi e nel silenzio trovarne il succo.

L. Vitali

Dire la verità significa essere verità. Essere verità è essere quello che siamo e non quello che dovremmo essere. Dire la verità ci espone agli altri, per questo è importante che noi siamo innanzitutto verità e che noi ci esponiamo agli altri per quello che siamo e non per quello che non siamo.

PG

14 Giugno 2024 Matteo 5, 27-32

Non riconoscere il limite che permette all’altro di essere altro significa fare spazio a quell’animalità interiore che tutto brama e di tutto desidera impossessarsi.

Luciano Locatelli

L’altro non va oggettivizzato, ma va guardato, scoperto ogni istante nella sua novità, va incontrato attraverso un occhio ancora più sottile rispetto a quello fisico, va guardato col cuore, attraverso un punto da cui è impossibile cosificare sé stessi e il mondo, un punto di non dualità, l’Uno.

E. Avveduto

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