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17 gennaio 2019 Marco 1, 40-45

Giovanni Nicoli | 16 Gennaio 2019

Marco 1, 40-45

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito, la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

            C’è un limite in ogni situazione della nostra vita a cui noi diamo poca importanza se non addirittura avversiamo. Il limite nostro è segno di vita, è segno che siamo vivi, è segno che la cosa prima o poi finisce e che, per questo, è vitale. Il ricordati che devi morire degli antichi, il memento mori, avversato e deriso dalla modernità, se preso e vissuto in modo bello è una bella spinta a vivere la vita come vita e non come morte.

Il limite non è da subito qualcosa da superare, è qualcosa da accogliere per comprendere se e cosa può andare oltre e per potere scegliere liberamente, non in modo compulsivo, se e come andare oltre.

            Gesù di fronte al lebbroso che si getta in ginocchio per non toccare nessuno, lui che era intoccabile, ha superato il limite del non dovere entrare in città. Supera questo limite per potere tornare alla vita, lui che dalla vita aveva ben poco. Di fronte alla sofferenza che era giudicata giudizio di Dio e che era interpretata come “chissà cosa avrà combinato quel tale per avere meritato una tale punizione da Dio”, Gesù ha compassione. Il temine greco dice che si adira. Si adira di fronte alla malattia, si adira di fronte all’ostracismo degli umani, si adira di fronte alla condanna del lebbroso da parte della società e ha compassione, ha compassione per il lebbroso, per il malato, per il condannato. Condanna il male ma ha compassione di chi dal male è schiavizzato.

            Così e per questo Gesù passa il limite. Quel limite che era stato messo per bloccare la contaminazione. Quel limite che serviva a preservare la sanità della società. Quel limite che, per Gesù, denotava la malattia della società che emarginava i malati ed espelleva i lebbrosi. Gesù si arrabbia e ha compassione, per questo decide liberamente per la vita e tocca il lebbroso. Certe malattie passano solo se noi abbiamo la libertà di toccarle, di entrare in relazione con loro. Certe malattie sono vitali se accolte e condivise. La lebbra toccata viene sanata e la voce si sparge in giro, il fatto viene divulgato, la parola viene detta fuori dalle mura del tempio.

            Gesù manda l’ex lebbroso dai sacerdoti perché la Legge prescriveva che loro dovessero dire se uno era stato sanato dalla lebbra oppure no. Naturalmente l’offerta prescritta era di rito, era d’obbligo. Ma Gesù, che già sta iniziando la polemica contro il legalismo farisaico, manda il lebbroso sanato e purificato, ai legalisti perché accolgano la testimonianza. È una testimonianza contro di loro, non a loro favore. Gesù manda una testimonianza ai sacerdoti e ai farisei, una testimonianza incarnata in un testimone che dice quanto gli è accaduto, racconta il fatto.

È occasione per loro per conoscere che in mezzo a loro c’è un nuovo profeta, Gesù Cristo. Quel Gesù Cristo che loro hanno rifiutato condannandosi con le loro mani. A loro arriva un testimone che racconta quanto è successo sulla sua pelle. Gesù manda contro la durezza del cuore dei farisei un dato di addolcimento perchè anche loro si ravvedano.

Il lebbroso è guarito. Di fronte a questo dato di fatto che facciamo? accettiamo la testimonianza del guarito stesso oppure la viviamo in modo da disattenderla?

Quanti bei messaggi giungono a noi ogni giorno della nostra vita, messaggi che noi disattendiamo perché in tutt’altre faccende affaccendati. Siamo più preoccupati di cogliere il male e il negativo piuttosto che di vivere con gioia le cose belle, che ci sono, e che possiamo godere e vivere.

L’ex lebbroso non poteva compiere un atto legislativo proprio mentre ritornava alla vita, mentre ricominciava a vivere, mentre la sua vita veniva rilanciata come risorto. Per questo divulgava il fatto, per questo non poteva tacere, per questo non poteva fare a meno di dire tale bellezza agli altri. Diventa testimone della buona notizia verso la sua gente. Il testimone non è colui che studia bene i libri di teologia, il testimone è colui che si lascia toccare dall’amore del Padre e tocca a sua volta il cuore dei fratelli.  

            Nell’originale greco si parla di logos, di Parola. Così il miracolato diviene il primo annunciatore del vangelo: atteggiamento all’esatto opposto rispetto alla chiusura dei farisei. Gesù mi ha toccato, mi ha aperto, mi ha sanato, mi ha reso capace di parlare col mio corpo la parola di vita: non posso che gioire di questo dono facendolo diventare a sua volta dono per i fratelli, condividendolo con loro.

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