Marco 1, 40-45

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».

Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Una mattina ho celebrato un funerale, il funerale di Caterina. Novantacinque anni, una sorella e due nipoti. In chiesa altre dieci persone sparse qua e là. Il funerale di una abbandonata, di una sconosciuta se su una parrocchia di 10.000 persone queste sono quelle che accompagnano Caterina all’ultimo saluto. Eppure è stato un funerale caldo: ci siamo seduti e abbiamo parlato intorno alla bara di Caterina e di Gesù.

Il ricordo di Caterina mi fa pensare, meditando il vangelo di quest’oggi, a quanti siano i lebbrosi intoccabili nella nostra società. Perché la nostra società funziona continuamente con lo scopo programmato di creare dei rifiuti umani. Gli effetti collaterali della nostra società sono i poveri, sono i reietti, sono coloro che devono morire per difendere i nostri interessi. La nostra società salutista crea un mucchio di rifiuti umani nelle case di cura e negli ospedali. Chi può si fa curare in cliniche, chi non può sta a marcire in una corsia di ospedale o di casa di cura abbandonato da Dio e dagli uomini.

Eppure oggi il grido lo si sente e lo si sente forte: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. È il grido di milioni e milioni di esseri umani che per la nostra alta finanza e per il nostro sistema sociale, sono solo rifiuti tossici che, speriamo, si potranno poi cremare e disperdere nel vento perdendo ogni ricordo.

Padre Turoldo, mentre combatteva contro la grande Bestia, il tumore che lo divorava scriveva: “Non ti chiedo che tu mi guarisca: offesa sarebbe la domanda che esaudire non puoi: chiedo che tu mi salvi”. Di questo abbiamo bisogno veramente: di salvezza. Solo la salvezza non ci lascia soggiacere alla morte quotidiana ma ci spinge verso la vita. Quando il Nulla vince il nostro quotidiano e lo conquista, siamo realmente finiti. Quando il Nulla vince i nostri desideri vengono inceneriti e la nostra infelicità oggi come nell’eternità è assicurata: siamo e saremo soli e lontani, lontani da tutti, lontani nella nostra mente persa, lontani nella disperazione. La nostra vita viva porta un insieme di rimorsi e di grazia: è il prezzo che paghiamo noi per la nostra infedeltà, è il prezzo che paga Dio per la sua fedeltà verso di noi.

Il cedere alla tentazione del dire che “la carità ben ordinata comincia da se stessi” è il colpo di grazia che il borghese ha inflitto alla sua coscienza messa alle strette. Se non riusciamo a cogliere quanto ci dona Bernanos che “la grazia sta nel dimenticarsi”. È il povero che dobbiamo amare in noi stessi, non il ricco che vorremmo essere. È il sofferente, non quello che sta bene. La carità che ci dobbiamo è la stessa che ogni discepolo di Gesù deve ad ogni povero.

È una gara: il nostro pentirci non cedendo alla tentazione del “sono sempre le stesse cose, sempre gli stessi peccati”, e Dio che ci usa pietà. Noi a pentirci, Lui a donarci misericordia; noi a pentirci chiedendo purificazione, Lui a salvarci e a purificarci. È la gara del bambino che si sporca giocando la vita e non può fare diversamente con la mamma che continua a pulirlo e a lavarlo rivestendolo in modo lindo.

È necessario questo gioco, anzi questo è il gioco. È necessario il nostro cadere e il nostro fallire, come è necessario per Dio continuare a perdere: è il gioco della Grazia.

Il nostro è un Dio sempre esposto a follie e ad accontentarsi di come siamo. Il nostro è un Dio che ha deciso di perdere in croce per amore e che continua a perdere oggi, a perdere sempre: è “Luce incandescente e pietosa”.

Non possiamo cedere alla richiesta di questo Dio che, purificatoci per l’ennesima volta, ci invita a tacere la nostra guarigione, la nostra purificazione. Non possiamo che “proclamare e divulgare il fatto” e anche questo è un atto della nostra continua sfida di vita fra noi e Dio: noi a cadere, Lui a purificarci e salvarci.

È l’unione amorosa! Dire il Credo con il sentimento del cuore, è ritornare capaci di vedere una dichiarazione d’amore: sì, ti amo anch’io!

 

 

Tutto mi chiede salvezza. Per i vivi e i morti, salvezza.

Daniele Mencarelli

In ognuno di noi c’è il seme della gentilezza amorevole, la capacità di offrire gioia e felicità. La capacità di alleviare la sofferenza di qualcuno. La capacità di rimuovere e trasformare la sofferenza nell’altro.

Thich Nhat Hanh

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26 Ottobre 2025 Luca 18, 9-14

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Quando giudichiamo, non facciamo altro che metterci davanti ad uno specchio e proiettare sull’altro tutto ciò che in noi non va, che non riusciamo ancora ad accettare e su cui dobbiamo ancora iniziare a lavorare. Prima di giudicare qualcuno dovremmo sempre chiederci: «Io vorrei sentirmi dire ciò che sto dicendo al mio fratello?». Allora, forse, ci accorgeremmo che ciò che cambia davvero gli altri non è il giudizio spietato sui loro errori ma l’amore che so riversare sulla loro fragilità perché, se faccio questo, significa che innanzitutto io ho sperimentato l’amore che Dio riversa sulla mia miseria.

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Domani mattina forse ci risveglieremo ancora una volta, ci sarà data ancora la possibilità di vivere la nostra vita ma non c’è data questa possibilità semplicemente perché Dio ci sta viziando, ma perché ci sta dando ancora una volta l’occasione di concludere qualcosa, di decidere per che cosa vogliamo vivere. Ci sta mettendo nelle condizioni di portare qualche frutto che mentre rende felici noi, può rendere felice anche Lui che ci ama.

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“Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo, evita quest’altro… La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità».

Gaudium et spes

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