Marco 1, 7-11

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Marco anziché parlarci dell’Incarnazione, come gli altri evangelisti, ci presenta Gesù che giunge da Nazareth di Galilea per farsi battezzare: Gesù si presenta in tutto solidale con noi (= mistero del Natale). Gesù manifesta tale solidarietà mettendosi in fila con tutti gli uomini peccatori: Dio sta con noi non in modo generico, ma da una parte ben precisa: nel nostro essere peccatori.

“Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”, dice la Parola del Vangelo di Marco. E se fosse: voce di uno che grida nel deserto preparate la via del Signore? È la voce che grida nel deserto, è la voce che grida che nel deserto dobbiamo preparare la via del Signore e raddrizzare le sue vie.

È l’inizio del vangelo di Marco. Un vangelo senza fronzoli e senza vangeli dell’infanzia. Gesù compare e non nasce. Non vi è presepio, non vi sono angeli, non ci sono canti nel cielo, non vi è né Maria né Giuseppe. C’è solo il Battista che annuncia la venuta del battezzatore, quello vero, quello che battezza in Spirito Santo e verità.

Giovanni: Voce di uno che grida nel deserto di preparare la via. Il deserto è l’esperienza del cammino forse più sensibile che vi sia. Nel deserto si parte e nel deserto si cammina. È nel deserto che si può intendere la voce che apre la strada al messaggio della bella notizia. È nel deserto che la Voce grida la Parola. È da questo grido che nasce Gesù Parola: è nel deserto che possiamo intendere questo grido di Parola donata e annunciata.

Deserto: luogo di solitudine. Per noi cristiani, per la cui fede l’incontro è essenziale, tutto parte dalla solitudine nel deserto. Non vi è incontro vero senza solitudine, senza deserto. Se non incontriamo noi stessi, se non ci guardiamo in faccia, se non contempliamo noi stessi come soli, noi non possiamo vivere l’incontro. I germi di bene dell’incontro nascono nella solitudine, nel deserto. Lì la Parola viene gridata dalla Voce, lì la possiamo ascoltare nella sua integrità.

Non vi sono luci nel deserto, se non quelle delle stelle nella notte e quella accecante del sole durante il giorno. Non c’è modo di ripararsi nel deserto: si muore di caldo di giorno e di freddo di notte. Non c’è orientamento nel deserto, solo una Voce che grida una Parola con cui confrontarsi. Non c’è certezza nel deserto: solo miraggi.

Eppure nel deserto puoi cominciare a convertirti, puoi iniziare a chiamare le cose col proprio nome. Puoi chiamare la poesia del Natale col proprio nome: poesia appunto. Puoi iniziare a chiamare le luci del Natale: luci, non stelle e neppure sole. Puoi chiamare il calore di animali che abitano la stalla come calore di animali, non caldo che brucia e freddo che congela.

Tutti elementi con cui noi, prima o poi, nella vita siamo chiamati a fare i conti. Tutti elementi da cui rifuggiamo ma che ci parlano di verità. Sono elementi del deserto con cui è bene fare i conti perché è nella solitudine del ritrovare noi stessi che noi possiamo vivere un incontro vero nella verità, senza fronzoli e senza apparenze. Un incontro che avviene nel battesimo in Spirito Santo, dopo che abbiamo ricevuto il battesimo della sabbia nel deserto.

Allora il tu, l’incontro con l’altro, sarà sempre meno un rifugio illusorio per le mie solitudini. L’altro non sarà più uno che mi scalda le mani o i piedi della mia fredda solitudine: sarà incontro nella verità. L’altro non sarà più fuga dal mio bisogno di conversione e dalla mia paura della solitudine, ma sarà semplicemente gioia dell’incontro dove io mi incontro col tu. Così Dio non sarà più una fuga in avanti, ma sarà futuro nell’oggi. Dio non sarà luogo di fuga dalla vita, ma luogo di incarnazione. La sua Parola non sarà piena di orpelli e di devozionismi che creano solo, alla lunga, delle delusioni, ma sarà generante vita in me e intorno a me.

Il deserto non va cambiato, va accettato. Con l’accettazione di questo luogo così come è può nascere l’accettazione di quello che siamo, personalmente e come comunità, così come siamo. Quel deserto dove il caldo è eccessivo di giorno e il freddo eccessivo di notte, dove gli abbracci possono soffocare e la lontananza irretire il nostro cuore, siamo chiamati a ritrovare noi stessi e la giusta vicinanza col prossimo, coi nostri amici, coi nostri amori, col fratello di ogni razza e religione.

Nel deserto l’acqua è preziosa, non la si lascia scorrere invano dal rubinetto. La si apprezza e la si usa con parsimonia, vale a dire con verità. Nello spreco non vi è mai verità perché nello spreco vi è un uso non necessario e quindi non vero. Nel deserto la luce è luciferina, abbaglia e ti fa perdere la tramontana. Nel deserto siamo chiamati a riconoscere la Luce vera, quella che viene nel mondo, per riscoprire l’essenzialità del nostro essere figli e, dunque, fratelli. Nel deserto non si può fingere, non c’è spazio per divagare: è luogo che richiede tutto me stesso per non soccombere. Con tutto me stesso sono chiamato a mettermi in rapporto per potermi mettere in contatto con tutto me stesso con l’annuncio della buona notizia e con la buona notizia incarnata nel fratello.

Il battesimo del deserto, il battesimo della sabbia e del sole cocente, della sete e del freddo della notte illuminata dalle stelle cederà il passo al battesimo in Spirito Santo e verità. Sarà immersione nella realtà della propria esistenza senza orpelli, silenziosa, impietosa, pericolosa, senza luci di natale né inni natalizi. Immersi in questa realtà che è sia interiore che esteriore per essere illuminati dalla Luce che viene nel mondo, quel Sole che nasce dall’alto, e che a quanti l’hanno accolto ha dato la possibilità di diventare figli del Padre celeste.

Allora quella voce che grida nel deserto: “nel deserto preparate le vie del Signore”, sarà vita per noi; sarà Parola incarnata grazie al grido della Voce. E noi con Maria, rimarremo incinti per opera dello Spirito Santo. Un bel ritorno alla vita in questa foresta di bengodi nella quale ci ritroviamo a muoverci ogni giorno.

Osiamo il deserto, osiamo l’interiorità!

 

 

È lo Spirito che presiede a tutti gli inizi. È lui la forza che fa nascere, sorgere e vivere. È l’energia dei grandi cominciamenti, delle novità vitali. Credere vuol dire invocarlo, perché tutto quello che viviamo, gioie, tristezze, situazioni familiari, non sia sotto il segno della ripetizione stanca, ma del “nascere di nuovo”, del “camminare in novità di vita”.

Luigi Pozzoli

Nel Battesimo è il movimen­to del Natale che si ripete: Dio scende ancora, entra in me, nasce in me perché io nasca in Dio; perché nasca nuovo e diverso, con in me il respiro del cielo.

Ronchi

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L. Manicardi

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