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21 ottobre 2018 Marco 10, 32-45

Giovanni Nicoli | 21 Ottobre 2018

Marco 10, 32-45

Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà”.

Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?”. Gli risposero: “Lo possiamo”. E Gesù disse loro: “Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”.

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

Volendo riflettere su cosa è il servizio a cui Gesù ci chiama, credo sia importante partire dalla necessità di riconoscere che noi non siamo servi. Servire tocca la persona, non i numeri delle persone da seguire, non le sue azioni, non le sue cose, non la sua provenienza. Servire è un modo di essere e di esistere. Riconoscere che noi non siamo così e non esistiamo così, è il primo passo per potere crescere nel servizio come Cristo Gesù che da ricco che era si è fatto povero. Essere servi significa farci poveri, fare il vuoto in noi, nella nostra mente e nel nostro cuore, per potere accogliere l’altro come è, non per cambiarlo ma per poterlo amare. Senza questo facciamo gli assistenti sociali che cercano di evitare i problemi e di arrivare a fine mese per ritirare lo stipendio.  Siamo chiamati a rinascere dall’alto, come Natanaele!

“Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”, così ci interpella Gesù nel vangelo di oggi.

Il punto di partenza è che io mi voglio fare servire. L’orizzonte verso cui Gesù ci dipinge come bellezza dell’umanità, è “ma per servire”! Non esistono spazi in cui servo e spazi in cui sono servito perché ricerco me stesso. Non esistono spazi in cui prego e sono figlio di Dio e spazi, magari negli affari, in cui sono fatti miei! Lo stile è quello che io sono, non quello che faccio o faccio apparire di essere. Il monito sui sepolcri imbiancati è sempre davanti a noi.

Il servizio, questo è il punto di partenza non di scandalo, è qualcosa di posticcio in me, per questo sono disumano e uomo di poca fede. Il servizio è qualcosa di fragile in me perché cede il passo facilmente alle recriminazioni che nascono dal fatto che la fragilità dell’altro non cambia, non cresce, non mi ascolta, non fa come dico io.

Il servizio cambia la qualità della vita e la rende bella non per me ma per noi, perché il Padre non è Padre mio ma Padre nostro.

            Un altro punto che mi pare centrale, nella riflessione sul servizio, è dato dal fatto che io mi faccio i fatti miei, che non sono responsabile dell’altro. Io sono figlio di Adamo che ha voluto rubare a Dio la sua dignità di figlio che il Padre gli donava, per poter dire è cosa mia; sono figlio di Caino che ripete a Dio Padre: “sono forse io il custode di mio fratello?”.

Essere solidali non è questione di generosità, è questione di prendere il debito dell’altro e viverlo come mio, pagando per lui, come Gesù che ha pagato per tutti.

Avere uno sguardo che contempla le ferite dell’altro, le capisce e le ama e non volge lo sguardo dall’altra parte, è profezia per i nostri giorni. Posso vedere e volgere lo sguardo dall’altra parte e passare oltre, come il sacerdote e il levita, oppure posso contemplare, vedere, lasciarmi commuovere e prendermi cura non a partire dalla mia disponibilità, che deve crescere, ma a partire dal bisogno dell’altro.

Per questo non possiamo dimenticare che il servizio non si improvvisa ma lo si costruisce con un cuore pronto, prima ancora che con delle strutture adeguate. Il servizio serve a me nel momento in cui lo vivo come qualcosa di bello e di vivo, non solo come uno slancio di generosità.

            Da ultimo teniamo presente che il servizio non tocca i bisogni cosiddetti primari dell’altro, ma accoglie la persona nella sua interezza. Possiamo essere efficienti per i bisogni della persona, tralasciando poi la persona. Gesù non incontra mai la massa anonima, nemmeno problemi da risolvere. Gesù incontra il fratello. Per questo magari non risolvo il tuo problema, ma sto con te, sono con te.

In Matteo 25, Gesù ci parla di pane da dare all’affamato e di vestito da dare all’ignudo. Ma non solo! Gesù mi parla anche di ospitare lo straniero e di visitare ammalati e carcerati. Nell’ospitare e nel visitare non dono nulla, posso solo donare me stesso. Ma se io non ci sono non posso né divenire ospitale né tantomeno diventare persona che visita. Ospitare è far posto nella propria casa, fare spazio nella propria vita, nelle proprie preoccupazioni. Visitare è capacità di vedere l’altro con cordialità come capacità di essere coinvolto e di essere responsabile dell’altro. Dio si incarna, scende in mezzo a noi, ci visita nel Natale che è ogni giorno.

Solo essendo servizio, come questione di identità e non come cosa da fare, avremo ancora qualcosa da dire nel silenzio di un letto dove teniamo la mano di chi sta lasciando questa vita e avremo passione per accarezzare e abbracciare nel silenzio, chi si apre alla vita nuova nella casa del Padre.

 

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