Marco 12, 35-37
 

In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:

“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.

Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?».
E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.

Sei un incosciente, sei uno senza coscienza, hai una coscienza malata e fuorviata: sono espressioni che ci dicono, al negativo, l’importanza che ha la coscienza per la nostra esistenza. Eppure quanto poco tempo concediamo alla sua formazione e maturazione.

Uno che ha coscienza è uno che non cede alla tentazione dell’ovvio o del tradizionalismo. Una persona con coscienza è una persona che riesce a cogliere il bene in sé al di là del proprio naso. Uno che ha coscienza è uno che si rifiuta di seguire lo scontato, di lasciarsi guidare dal buon senso comune.  Avere coscienza significa continuare a ricercare sempre e comunque, non accontentarsi mai.

Il non accontentarsi è proprio dell’umano, il problema è che questo non accontentarsi troppo spesso noi lo paralizziamo sulle cose esteriori, sul guadagno, sul potere. L’uomo di coscienza è colui che non si accontenta di quello che ha raggiunto con la sua comprensione del bene, del bene comune, del bene universale, del Bene per eccellenza. 

Approfondire e riflettere è proprio dell’uomo di coscienza. Anche di fronte ai grandi eventi non cede alla tentazione di giudicare per pregiudizi. Ciò significa che ogni giorno è chiamato a comprendere e a scegliere di nuovo. La sua vita non potrà annoiarlo, perché sempre spinto da una insoddisfazione di fondo che gli richiede una chiarezza di vita sempre più bella e sempre più vitale.

Così il Signore Gesù, che sa che il Messia sarà un discendente di Davide, mette in dubbio questa certezza perché non è grazie a questa certezza pregiudiziale che gli eventi evolveranno.

A questa certezza non ci si può legare come ad un’ancora di salvataggio. È il continuo scavare in noi e fra di noi che evidenzia la via non tanto come ancora di salvataggio che ci mette al sicuro dagli eventi, ma come realtà vitale da vivere e nella quale giocarsi sempre più e sempre meglio.

È bello e utile lasciarci scrutare dal Mistero e scrutare il Mistero. Non presumere di sapere già tutto e continuare ad interrogarci sulla qualità della propria esistenza. Uscire dallo stordimento dei mezzi di comunicazione che a forza di chiacchiere ripetute allo sfinimento, non comunicano più nulla.

Ci portano infatti in un cul de sac dove la realtà scompare in dissolvenza dietro il continuo martellamento dei problemi economici mondiali, non lasciandoci più vivere in libertà la nostra quotidianità.

Quotidianità che è legata a tutte queste problematiche, ma che non può essere ridotta a queste problematiche ribadite in modo martellante e ossessivo. Basta parlare di alluvione: tiriamoci su le maniche e diamo una mano a questa gente bisognosa. Basta far dipendere la nostra vita dall’economia: la ricchezza più grande che abbiamo siamo noi, sono le persone, sono la voglia di vivere: a queste diamo il nostro tempo e le nostre energie.

Lo stesso dicasi del non dare per scontata la qualità della nostra presunta esperienza di Dio.

La nostra coscienza ogni giorno, se la teniamo sveglia, interroga la nostra fede, ci porta a superare la logica dello scontato perché da tutti detto e ribadito. Ci riporta alla promessa di Dio che anche oggi si rinnova, si incarna, si realizza. Ci riporta al dono di Dio visto ed evidenziato fin dall’inizio della nostra giornata.

La nostra coscienza ogni giorno, se la teniamo sveglia, interroga la nostra fede, 

ci porta a superare la logica dello scontato perché da tutti detto e ribadito. 

Ci riporta alla promessa di Dio che anche oggi si rinnova, si incarna, si realizza.

 

PG

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31 Marzo 2026 Giovanni 13, 21-33.36-38

Giuda, fratello mio…

Ci sono solitudini che fanno rumore.

La tua, Giuda, no.

La tua cade in silenzio, come una moneta sul fondo del mondo.

E io ti penso lì, fratello smarrito, ultimo tra gli ultimi,

con addosso non il peccato — che pure gli uomini adorano contare — ma il dolore.

Quel dolore che spacca il fiato, che toglie il nome alle cose,

che fa della notte una stanza senza porte.

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Si sono fermati al bacio, e non hanno visto la ferita.

Hanno contato i denari, e non hanno contato le lacrime.

Ma io, stasera, se potessi, verrei a cercarti.

Non per assolverti come fanno i giusti.

Non per spiegarti, che certe anime non si spiegano.

Solo per sedermi accanto. Solo per dirti: resta.

Ancora un momento. Non andare così lontano dentro il tuo buio.

L. Santopaolo

30 Marzo 2026 Giovanni 12, 1-11

Noi vorremmo provare a entrare in questa settimana Santa accompagnati dal profumo del nardo di Maria, dall’immagine di questo aroma che si espande fino ad arrivare addirittura sotto la croce. Sarà questo il modo migliore per tenere lontane le continue immagini di morte che ci vorrebbero distogliere dal profumo della vita che Cristo ci è venuto a donare con la sua Risurrezione.

Dehoniani

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Tu ci hai riempito d’amore. Ci ami troppo, piccoli e peccatori come siamo, e io ti ricambio con questo troppo di profumo.

Ermes Ronchi

29 Marzo 2026 Matteo 21, 1-11

La Parola non è prima di tutto un comando, una direzione, un cosa fare, ma una promessa che vince anche le nostre morti. L. Vitali
Per noi l’eternità è una questione di quantità (un tempo che non finisce), ma nel Vangelo l’eternità è questione di qualità. Gesù non promette ai suoi discepoli un ombrello assicurativo per ripararli dagli inconvenienti che possono capitare (uno tra tutti la morte) ma insegna che a decidere la felicità o l’infelicità, la realizzazione o il fallimento personale non è ciò che capita, ma il modo con cui reagiamo a ciò che capita: sostenuti, nutriti e guidati dalla sua parola sarà sempre possibile scegliere di amare, perciò di scegliere la vera vita (anche sulla croce). P. Lanza

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