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25 Gennaio 2020 Marco 16, 15-18

Giovanni Nicoli | 25 Gennaio 2020

Marco 16, 15-18

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Non c’è alcun dubbio sul fatto che il Male ci sta distruggendo, grazie alla nostra malvagità paurosamente alimentata. Abbiamo bisogno di convertirci, oggi più che mai, alla vita, al bello, al bene. Siamo arrivati alla pazzia mondiale. Proviamo a pensare cosa è più necessario per vivere: l’aria, e la stiamo inquinando a più non posso; l’acqua, e la stiamo rendendo sempre meno bevibile; il cibo, e non si sa più quali inquinamenti e manipolazioni mettiamo in campo per renderlo sempre meno commestibile pur di renderlo vendibile. Più suicidi di così, magari non per cattiveria ma senz’altro per stupidità, non si può pensare. Convinti come siamo che ciò che importa è il mio interesse e il mio guadagno, mettiamo in secondo o terzo piano ciò che è essenziale per la nostra vita biologica. Se poi pensiamo al nostro cuore: apriti cielo, è il caso di dirlo.

In questa situazione si presenta a noi il Risorto. Il solito tagliuzzamento che i liturgisti fanno del vangelo rischia di farci perdere la realtà dell’evangelo stesso.

Siamo dopo la crocifissione e morte di Gesù, le donne hanno portato l’annuncio del Risorto, i discepoli non ci credono e stanno a tavola quando Gesù si mostra loro e li rimprovera per la loro incredulità. Questo è il contesto: Gesù morto non creduto risorto dalla comunità degli Apostoli, non certo gli ultimi arrivati. In questo contesto disastroso Gesù manda i suoi discepoli ad annunciare la Buona Notizia.

Oggi, in questo nostro contesto suicida a livello mondiale, Gesù ci manda ad annunciare la Buona Notizia. Potremmo evidenziare un aspetto: quando le cose vanno male noi tendiamo a fuggire, a nasconderci, a cercare posti migliori, più salubri. Gesù ci invita alla speranza mandandoci ad annunciare, e dunque a vivere, la Buona Notizia proprio lì dove speranza non c’è.

La Pasqua non cancella la pesantezza delle situazioni che viviamo, come non cancella lo scandalo della morte; la Pasqua di resurrezione apre una breccia nel male quotidiano e riempie di energia la vita che sembra abitata solo da rassegnazione.

I discepoli sono i primi ad essere paralizzati dalla morte di Gesù, vivono un’oscurità della fede. Sono piangenti e piagnucoloni, stanno chiusi in casa per paura, sono prigionieri della loro incredulità e della loro schiavitù, delle cose che non vano bene, non credono all’annuncio delle donne e dei due di Emmaus che Lui è risorto. Le maniche vanno rimboccate non perché le cose vanno bene, vanno rimboccate perché questo ci chiede la Vita, bene o male le cose vadano poco importa, ciò che è essenziale è che noi annunciamo la Buona Notizia con la vita.

Ciò che importa è che noi ritorniamo a credere e credere significa che il Signore non si scandalizza perché noi non crediamo alla sua risurrezione. Ci rimprovera per questo rinnovando a noi la fiducia del mandato ad essere figli dello stesso Padre. È nella condizione di morte, è nella crisi mondiale sia sociale come di fede cristiana, che è racchiusa una possibilità di ricominciare. Liberiamoci dalla schiavitù dei risultati e delle situazioni che debbono andare bene; ritorniamo a vivere la vita così come si presenta con fiducia e speranza nel cuore, con l’indipendenza dai risultati e dai meriti. È tempo che cominciamo a vivere di fede vale a dire che cominciamo a fregarcene dei meriti e dei risultati. I discepoli vivevano da increduli, seduti a tavola, a loro Gesù dona la sveglia e li manda ad essere ciò che sono chiamati ad essere. Oggi a noi dona lo stesso invito. Siamo chiamati a convertirci dalla sfiducia alla fede nella Vita se vogliamo aiutare questo nostro mondo a smetterla di autodistruggersi con la corsa sfrenata ai propri interessi, correndo sempre più forte verso il nulla.

I discepoli impauriti e imbesuiti incontrano Gesù “mentre erano a tavola”. Lì il Risorto finalmente appare loro. La convivialità, che non è crapule fine a se stesse, fa da sfondo all’incontro tra Gesù vivente e i suoi discepoli. Sono a tavola, non stanno celebrando la messa, ma quello stare a tavola, grazie alla venuta del Risorto, diventa eucaristia cantata e proclamata.

È un incontro, un incontro che esprime condivisione, riallaccia la comunione, riavvia la sequela, riapre loro il futuro. Diventa incontro che fa cadere i veli della paura e dell’insicurezza. È incontro di conversione dalla ricerca a tutti i costi dei propri interessi alla bellezza della condivisione e del prenderci cura di questo mondo che corre sempre più in fretta verso l’autodistruzione della natura e quindi di se stesso. Conversione non fidandoci più di fare gestire la nostra vita e la vita del pianeta dall’alta finanza e da imprenditori senza scrupoli alla Trump. Convertiamoci e ricominciamo a vivere la vita, a vivere la terra come nostra Madre: non possiamo ucciderla, che figli siamo se continuiamo a farlo?

Così si riapre il futuro, così risuona bello e forte e umano il mandato di Gesù ai suoi discepoli, ad ognuno di noi: “Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo a ogni creatura”.  Questa è conversione, questa è salvezza, questa è vita, questo è ritornare alla vita.

Magari a cavallo di un asino ma veri! Magari illogici per il mondo, ma evangelici che mettono al primo posto né ricchi né potenti quanto invece il povero e lo straniero, il disprezzato, privilegiando ad ogni costo, anche a prezzo della propria vita, l’amore.

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