Marco 2, 13-17
In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
“Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. Ascoltando questa frase del vangelo mi sovvengono quante cose nella mia vita, nel mio quotidiano, sono fatte alla ricerca di ciò che è giusto e non di ciò che è sbagliato.
Il mio tempo è impiegato per andare a pagare le tasse perché sono cosa giusta. Il mio tempo lo impiego per capire l’ultima rivoluzione dei politici che non chiamano più IMU la tassa sulla casa ma la chiamano vattelappesca. Il mio tempo lo spendo perché dei lavori fatti in casa siano fatti secondo le regole dettate da lobbie che aumentano a dismisura la burocrazia, per aumentare il loro lavoro, sempre più inutile, e i loro proventi, sempre più ingiusti.
Quanto tempo devo passare con un tecnico che mi sistema le carte per essere in regola, secondo quelle regole che hanno scritto i suoi capi. Quanto tempo passo con un commercialista per essere nel giusto secondo la legge, cercando di usare la legge per avere meno tasse. Quanto tempo passiamo a fare corsi di sicurezza sul lavoro, sapendo che il 90% di questi corsi sono fatti da gente che ha studiato ma che non è mai stata su di un muletto o in cantiere; corsi che deve fare magari chi lavora in cantiere da 30 anni senza mai farsi del male. Quanti corsi facciamo ai catechisti che debbono fare i catechisti, corsi magari fatti da gente che ha studiato un libro in più, ma che di vita dentro ne ha ben poca. Mi sovviene quanto diceva un nostro fratello religioso: “non è con i libri che si è intelligenti”, e ancor meno uomini e donne di fede.
Continuiamo a spendere tempo per fare la cosa giusta, per essere a posto, per incontrare la gente giusta. Continuiamo a stare nei nostri castelli dorati dove le persone che vengono sono persone per bene, quando il nostro Maestro, Colui che dobbiamo seguire, è andato a cercare chi giusto non è.
È innegabile: noi la vita la possiamo affrontare in modi diversi. Noi non possiamo scegliere dove essere e cosa perseguire nella nostra esistenza. Gran parte di questo non dipende da noi. Noi però possiamo decidere cosa fare col tempo che ci viene concesso. Possiamo decidere quale sguardo vivere rivolti alla nostra esistenza.
Su Levi si incrociano due sguardi: lo sguardo di Gesù che in lui libera un dinamismo vitale e una generosità imprevista, e quello degli scribi e dei farisei, che non sperano più nulla e sono preoccupati della loro giustizia, la giustizia del bilancino.
In fondo la nostra società si affida ad una giustizia che è ingiusta per definizione. La giustizia della nostra società, e tante volte anche della chiesa, è data dal condannare chi non ha soldi per difendersi e dall’assolvere chi i soldi per difendersi li ha. È basata sulla possibilità di avere avvocati bravi oppure scarsi. Ma è anche basata sul giudizio di giudici che non sai chi siano. Tutti hanno studiato, ma la loro dirittura morale e la loro capacità di discernere e di decidere, chi mi assicura che sia buona: nessuno.
Cosa che avviene in tutti i campi: il medico bravo oppure no non dipende dai libri che ha studiato; il prete evangelico oppure no non dipende dai libri che ha preso in mano o dalle preghiere del breviario fatte con fedeltà oppure no.
Così io: ho uno sguardo di giustizia o uno sguardo di misericordia? Oggi come guarderò il mio fratello? Lo guarderò per giudicarlo e per potere sparlare di lui, o lo guarderò con affetto e comprensione, con misericordia?
Lo sguardo di giustizia dipende dalla capacità dell’altro, e di me, di nascondere le mie magagne. Lo sguardo di misericordia non ha la smania di cercare il peccato dell’altro con quell’atteggiamento insano che ci fa sentire giusti ma non evangelici. Ai nostri e agli altrui occhi saremo giudicati bravi, ma non potremo di certo dirci cristiani.
Non c’è altra via che comprendere che lo sguardo di misericordia apre nuove vie alla vita, mentre lo sguardo giudicante chiude ad ogni nuova possibilità e nega la possibilità di redenzione di chicchessia. Questo è solo segno di chiusura o di apertura da parte di chi lo sguardo è chiamato ad esercitarlo: io, tu, noi: in ogni momento.
Giustizia vuole che mi occupi delle cose giuste; Cristo vuole che mi occupi delle persone. Giustizia vuole che mi occupi di sistemare tutto secondo le norme; Cristo vuole che mi occupi dei miei fratelli. Giustizia vuole che tutte le carte siano a posto; Cristo vuole che il mio tempo sia dedicato alla passione per i miei fratelli. Giustizia vuole che mi occupi dei muri e delle norme di sicurezza, che in gran parte sono in contraddizione fra di loro e a nulla servono; Cristo vuole che mi occupi dell’affamato e del malato, del paralitico e dell’abbandonato.
Come usare il mio tempo? Quale sguardo vivere in ogni momento? Cosa mi dà vita e cosa dona vita?
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