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19 gennaio 2019 Marco 2, 13-17

Giovanni Nicoli | 19 Gennaio 2019

Marco 2, 13-17

In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.

Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?».

Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

            Il bisogno di dirsi giusti e di credersi illibati, è una delle grandi tentazioni della persona umana. Tentazione disumanizzante. Per noi il limite, il peccato, l’errore, la morte, sono cose da superare, cose da negare, cose da annientare. Ci dimentichiamo che il limite mio è proprio il luogo della compassione più bella e della misericordia più grande. Preferiamo giocare al figlio maggiore sempre obbediente: se mai lo fosse, cosa direi impossibile. Se mai lo fosse, ma lo fosse senza amore, a cosa servirebbe quell’obbedienza se non a non vedere la trave che è nel proprio occhio, che è la mancanza di amore e compassione, per perderci dietro alla pagliuzza che è nell’occhio del fratello?

Questo bisogno di negare il limite che diventa negazione della nostra non illibatezza, noi lo facciamo diventare il nostro programma politico dove noi siamo i bravi mentre gli errori sono tutti degli altri. Questo bisogno diventa motivo per noi chiesa di escludere i peccatori dal banchetto della vita che è stato istituito da Gesù proprio per dare vita. Lui banchetta, celebra l’eucaristia, con i peccatori. Noi continuiamo a dire ai peccatori che devono andare a messa ma senza partecipare al banchetto della vita che dona vita e forza e voglia di bene. Siamo proprio strani e, soprattutto, riusciamo sempre a disumanizzare la nostra vita, la nostra politica, la nostra religione.

            Gesù abbatte il muro di separazione fra i bravi e i cattivi, fra i farisei e i peccatori, fra gli ebrei e i pagani, fra i circoncisi e i non circoncisi. Noi siamo convinti che costruire muri di separazione sia la cosa più bella e importante che possiamo fare. La tentazione di disumanizzare la nostra vita affermandone la sua umanizzazione è continuamente realizzata da noi. Gesù, che era fra i bravi ebrei, esce, esce dal recinto, esce dal muro di separazione. Esce in senso figurato ma anche in senso reale. Esce e chiama Levi, il paralizzato al banco delle imposte, e non gli dice che nella sua troupe vi è un posticino anche per lui:  lo fa Apostolo, vescovo ed evangelista. Gesù cerca la pecorella smarrita non con l’atteggiamento che abbiamo noi che diciamo “poverina”, e poi la molliamo. Lui cerca la pecorella smarrita per farla sua discepola, per farla sua sacerdotessa, per farla beghina gente santa che nella contemplazione vede ben oltre quello che possiamo vedere noi che abbiamo studiato teologia e bibbia.

            Tale movimento di Gesù non è né parziale né finto. Lui con i peccatori celebra la messa. Lui compie questo atto di intimità che è il mangiare di Dio con gli uomini. Celebrare la messa significa celebrare il dono della propria vita per i fratelli, significa accogliere il dono della salvezza che scaturisce dal cuore trafitto del Cristo crocifisso. Cosa che Cristo fa non per condannare ma per salvare tutti noi, se la smettiamo di giocare alla trave del prossimo e alla pagliuzza nostra.

            Noi sediamo a mensa con Dio anche se zoppichiamo, anzi forse proprio perché zoppichiamo. Dio ha, e chiede a noi di avere, pazienza per il nostro zoppicare. Lasciarci illuminare dal vangelo significa vedere ribaltati i nostri confini e i nostri schemi. Non ci interessano i buoni: ma esistono? Quei buoni, che siamo noi, che chiedono pubblicità per la loro bontà. Non quei buoni che nessuno vede e nessuno sa che esistano; quei buoni che non giocano al potere ma vivono di servizio. Non ci interessano i nostri diritti a discapito di quelli degli altri. Non ci interessa la legge, che non salva ma condanna. Legge che non può dare vita, può solo dare morte e lapidazione. Legge che chiude i porti facendo morire la gente in mare. Non ci interessa l’autogiustificazione.

Ci interessa che al tavolo delle imposte a cui siamo paralizzati in molte giornate della nostra vita, noi possiamo ascoltare Gesù che uscito di chiesa passa e ci chiama a fare chiesa con lui, chiama a fare messa con lui a casa nostra. Ci interessa, detto in altre parole, il dono della vita di Cristo, tutto il resto ci sarà dato in più. Non tanto perché avremo di più, quanto invece perché perderà di importanza vitale e ci porterà ad essere vivi non facendo più dipendere da ciò che succhia vita e non ne dà, la nostra vita. La sua chiamata è atto di liberazione quotidiano: a noi ascoltarlo, a noi attenderlo, a noi accoglierlo e farlo nostro oggi, proprio oggi, proprio ora.

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