Marco 2, 13-17

In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.

Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?».

Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Siamo alle solite: noi siamo i bravi e gli altri sono i cattivi. Siamo alle solite: la chiesa è fatta solo di gente in gamba che merita di essere al suo interno, gli altri sono esclusi, o meglio, si auto-escludono. Se uno non è in grazia non può essere considerato cristiano e non può avvicinarsi a Dio. È un dannato lontano da Dio che deve rimanere lontano da Dio fino a che non si è purificato. Se uno pecca è automaticamente escluso dalla chiesa. Se questo capita a un vescovo o al papa non possono più esercitare la loro carica. Queste posizioni denotano una non comprensione dello spirito profondo del cristianesimo.

Vogliamo allontanare la gente che pecca dalla chiesa? Probabilmente la ritroveremo tutta nell’amore di Dio e nel suo regno. Certe affermazioni rischiano di spaccare l’unità fra chiesa e regno di Dio. Ma ancora di più rischiano di farci cadere nella padella del fariseismo che Gesù Cristo è venuto a pulire e da cui il Signore vuole salvarci come la più grande maledizione e il più grande peccato.

Abbiamo paura del peccato ma ancora di più abbiamo paura della grazia e dell’amore di Dio che ci salvano. Ne abbiamo paura perché rompono i nostri schemi e ci obbligano a fare un salto di qualità: il salto di qualità della fede. I peccatori appartengono alla chiesa, la chiesa senza peccatori non sarebbe più chiesa perché non avrebbe più bisogno di un Dio che la salvi. Noi dubitiamo continuamente che un peccatore non sia chiesa perché i peccatori sono troppi. Ma proprio nel loro essere troppi noi diventiamo tanti perché il peccato è luogo dell’incontro dell’uomo con il cuore misericordioso di Cristo.

Giovanni Battista predicava la penitenza ma battezzava tutti. Questo è il senso del nuovo testamento: tutti sono peccatori e tutti hanno bisogno di essere salvati. Quando noi utilizziamo la dottrina della grazia per puntare il dito e per escludere il fratello, noi ci auto escludiamo e ci gettiamo nella setta dei farisei. Facciamo le guerre e pensiamo realmente che Dio possa essere al nostro fianco! Più pazzesco di così!

Noi crediamo, ma ancor di più ci crede Cristo, che in tutti c’è tanta forza di bene che può diventare capacità di vincere il male. Questo è il dono della grazia, è cioè amore gratuito di Dio. È vero il proverbio dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Non possiamo ritenerlo infallibile più della grazia del Padre Eterno, l’unico vero Onnipotente.

È vero che un uomo può essere traviato da cattive amicizie rischiando di diventare come loro. Ma è anche vero che queste cattive amicizie possono essere redente dalla grazia e dall’amore di Dio. Ci vogliono solo un po’ di palle e di fede per andare da loro anziché rinchiuderci nei nostri castelli dorati e nelle nostre sacrestie e chiese sempre più vuote e sempre più insulse.

L’evidente preferenza di Gesù per soggetti poco raccomandabili, derelitti, emarginati, prostitute, pubblicani e peccatori, più che sorprendere ha sempre preoccupato o addirittura scandalizzato le persone di sani principi ed equilibrate. Infatti con artifici vari si è sempre tentato di minimizzare la faccenda, che è decisamente espressiva della novità, segno di una logica diversa: i peccatori, i malati sono risanati, coloro che si dicono giusti sono trascurati e passano dalla parte del torto. Se la salvezza è un dono di Dio, sono nella verità quelli che si dicono incapaci di conseguirla, mentre sbagliano quelli che, sedendo nella loro presunzione, ritengono di averla già in tasca.

Il male è nella presunzione, nel vanto, che diviene chiusura su di sé, separazione, condanna degli altri, intolleranza, intransigenza, negazione di dialogo, strumentalizzazione, chiusura a Dio. L’ideale non è l’ortodossia ma la capacità di essere con gli altri, con la pazienza che contraddistingue colui che attende senza smanie che il grano cresca, con l’amore di colui che dà la vita per gli altri. Non è questione di tolleranza ma di fiducia nella verità che si fa strada, di stima e di rispetto dell’altro e dello Spirito che nell’altro vive. È giudizio, proposta e capacità che sgretola schieramenti, baluardi difensivi offensivi, reciproche emarginazioni.

Vi è un invito che viene fatto alla nostra comunità perché accetti di correre il rischio dell’unità, il rischio dell’amarci. Uscire dai sottogruppi che compongono la nostra comunità. Il Signore sta alla porta e bussa. Sta a noi aprire perché lui si possa sedere a mensa con noi e cenare con noi, fare Eucaristia con noi. Sta a noi fare questo oppure cadere nella tentazione della tiepidezza e non accettare questa sfida col rischio che lui ci vomiti dalla sua bocca. Ogni sfida ha una sua fatica, ogni sfida ha i suoi rischi. Solo il quietismo non ha rischi e fatiche, ma si condanna già da sé.

Accettiamo dunque l’invito ad entrare nella schiera dei malati la cui guarigione è simbolo dei tempi messianici dove Dio è invocato quale medico che guarisce il suo popolo dalle infermità morali di cui la malattia fisica è segno.

La verità di quello che siamo, la verità della nostra malattia, la verità del nostro peccato, la verità di dirci quello che realmente c’è, è strada per la liberazione. 

Non è nascondendo i nostri sentimenti, non è chiudendo i nostri desideri sotto chiave che noi troveremo la strada della verità. 

La strada della verità la troveremo dicendoci quello che siamo e comportandoci per quello che siamo. 

Così facendo ci permetteremo di incontrarci col medico venuto per i malati.

PG

Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

25 Aprile 2026 Marco 16, 15-20

Più spogli si va, più il Vangelo è annunciato con franchezza e,

come seme non rivestito caduto a terra, germoglia subito e più facilmente.

Enzo Bianchi

Annunciare il Vangelo significa lottare contro il male, non lasciarsi avvelenare da ciò che ferisce la vita, saper attraversare le difficoltà senza diventare duri o cattivi. Significa anche farsi prossimi a chi soffre, prendersi cura, offrire vicinanza, non tirarsi indietro davanti al bisogno degli altri. In definitiva, annunciare il Vangelo non è solo dire qualcosa, ma vivere in un certo modo. È lasciare che la parola ascoltata diventi carne nella nostra vita.

L.M. Epicoco

24 Aprile 2026 Giovanni 6, 52-59

Chi vive in me, chi è in me compreso, è preso da me nel risorgere.

U. Von Balthasar

«Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo […];

prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo.

Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce;

per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo».

Sant’Agostino

23 Aprile 2026 Giovanni 6, 44-51

L’unico modo che Gesù ha trovato per narrarci Dio è stato quello di indossare un grembiule e mettersi al nostro servizio perché imparassimo che la beatitudine sta nel far crescere l’umanità, nel sentirsi responsabili del bene dell’altro, nel guardarlo non come concorrente o, peggio, nemico, ma come fratello/sorella, compagno/a di viaggio nella strada della vita.

L. Locatelli

In ogni cibo che diventa comunione e fraternità, lì è presente il Padre, lì c’è la vita e questo cibo è la vita del mondo. Il mondo vive grazie all’amore, senza questo amore, il mondo è morto, è un mondo di morte.

S. Fausti

Share This