Marco 2, 23-28
In quel tempo, di sabato Gesù passava tra i campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe.
I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Ed egli rispose loro:
«Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!».
E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».
Che senso ha al giorno d’oggi parlare di sabato o di domenica? Le feste che ricorrono lungo l’anno sono al più feste religiose, ma quanti sanno che cosa si celebra veramente in quelle feste? Sì forse si va anche a Messa, ma quanto questo c’entra con la vita?
Ma non è su questo che vorrei riflettere.
Che senso ha oggi parlare di sabato e parlare di sabato per l’uomo? Traduciamo: che senso ha parlare di domenica, giorno del Signore, al giorno d’oggi?
Innanzitutto dovremmo tradurre questo giorno del Signore come giorno dell’uomo. Sì perché il Signore non ha bisogno di un giorno per Lui, lui desidera il nostro cuore e desidera di poterci amare con tutto il suo cuore, con tutta la sua mente, con tutte le sue forze: in modo infinito.
È il giorno dell’uomo. Nella nostra società dove la dimensione umana sembra persa, dove il mondo è diventato sempre più un mondo senza Dio e quindi un mondo pieno di idoli e quindi un mondo anti-uomo, è necessario parlare del giorno dell’uomo.
Un giorno in cui l’uomo non sia inseguito dallo squalo del mercato con le sue leggi nefaste. Un giorno in cui l’idolo delle leggi del mercato, da noi troppo facilmente ritenute perfette e infallibili e non cambiabili e idolatrate, non con la bocca, ma con la vita, potesse essere messo a tacere. Un giorno in cui l’uomo potesse di nuovo tornare alla ribalta delle luci e del palcoscenico. Un palcoscenico ormai deserto, senza più l’uomo, pieno di tante cose e di tante false verità. Un palcoscenico creato per l’uomo che ogni giorno di più distrugge l’uomo. Un giorno in cui ciò che vale non è più l’esserci perché siamo in guerra e la guerra allarghiamo, un giorno in cui ci incontriamo senza dovere ottenere chissà quale trono o quale riconoscimento.
Il sabato, la domenica, giorno dell’uomo. Giorno dedito alla gratuità e alla inutilità. Giorno dove l’uomo si riposa, giorno da non passare in macchina in qualche coda sulle strade, giorno da non affollare con il caos delle piste da sci, un caos in mezzo alla natura ma che uccide la natura perché nessuno più la guarda e la gusta.
Il sabato, la domenica, giorno del gusto dove l’uomo si permette di gustare qualcosa di bello, qualcosa che gli piace, qualcosa che sente suo non imposto da nessun altro e da nessuna legge.
Luogo dove l’uomo non deve fare la fila, luogo dove l’uomo si permette di vivere e gustare le relazioni, relazioni con i propri cari, relazioni con un libro, relazioni con un malato, relazioni con gli amici, relazioni con una sinfonia di Beethoven, relazioni con il proprio Dio.
Sabato, domenica, giorno che dovrebbe chiudersi con la Messa di ringraziamento a Dio per averci donato un giorno per l’uomo dove la libertà dell’uomo sia stata ritrovata e gustata, e non violentata.
Sabato: giorno dell’uomo e per l’uomo, giorno di Dio!
La religione per alcuni è soltanto una componente domenicale della vita, un formale ossequio alle tradizioni di famiglia, un comodo pretesto per non provare l’inquietudine e la fatica della personale conquista della verità, come se la fede costituisse una specie di garanzia, in base alla quale l’uomo si possa ritenere esentato dal dovere di sudare il proprio pane spirituale.
Giovanni Vannucci
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