Marco 3, 1-6

In quel tempo, Gesù entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo.
Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Alzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita.

E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

 

Ma io, da che parte sto? Questa è la domanda che mi sovviene dopo avere letto questo vangelo e averlo ruminato camminando in giardino.

Sappiamo che, secondo i rabbini, un malato poteva essere guarito di sabato solo in caso di pericolo di morte. Al riguardo tutte le leggi erano da osservarsi scrupolosamente. A meno che ci si trovasse di fronte ad un caso in pericolo di vita.

Ma una legge siffatta, come qualsiasi legge, sta dalla parte dell’uomo o sta dalla parte di chi? Un po’ tutte le leggi religiose hanno un punto di partenza in Dio misericordioso e compassionevole. Purtroppo, nello scorrere del tempo, queste stesse leggi diventano autoreferenziali, sono fine a se stesse e non più a servizio dell’uomo ma solo alla compagine strutturale della società. Sappiamo quanto sia importante che l’uomo impari a sostare e a riposare, ad avere uno stacco dalla corsa quotidiana sempre più frenetica e che, in questo stacco, possa anche incontrare Dio.

Ma un uomo morto che incontro può avere con Dio? Ma un uomo paralizzato che non può essere guarito in giorno di sabato, l’unico giorno in cui incontra il Signore che può guarirlo, cosa dovrebbe mai pensare?

Allora: è compito nostro salvaguardare la legge o salvare l’uomo?

Facciamo degli esempi.

La legge medica dice che è meglio operare un’anca non troppo presto perché poi, non durando per sempre la protesi, bisognerebbe operarla di nuovo. Una persona a 50 anni si blocca, fa fatica a camminare, è dolorante. Dovrebbe aspettare almeno dieci o vent’anni, se guardasse alla legge medica. Ma quei 10/20 anni come li passa? E soprattutto, dopo 10/20 anni sarà ancora vivo? Avrà avuto altri problemi? La legge o la persona?

La legge dice che una persona divorziata e risposata è scomunicata. Parola forte ma che, anche se negata dal dire, è nei fatti. Uno che è in tale situazione non può accedere alla comunione, è scomunicato. Sappiamo tutti che è cosa inconcepibile questa. Tanto è vero che si dice che le persone in questa situazione debbono essere accolte nella comunità cristiana e debbono avere un loro posto. Ma allora: sono scomunicate oppure no?

Tutti sanno che se si vuole stare sul mercato bisogna darsi da fare e sgomitare a più non posso. Gli stessi tutti sanno che questo modo di essere e di fare è disumano, ci abbruttisce ogni giorno sempre più e non aggiunge un’unghia di sicurezza in più: tanto lo sai che il pesce più grosso si mangia, prima o poi, quello più piccolo.

Forse la domanda di Gesù non risulta ora tanto oziosa: “è lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?”. È lecito essere sul mercato bene o male? Essere nella comunità scomunicanti o compassionevoli? Essere in un ospedale con un po’ di umanità nel cuore?

Ma io da che parte sto? Forse anche questa domanda ora non risulta essere più una domanda oziosa.

Pensiamo a cosa può volere dire vivere o morire, nelle nostre giornate. Sappiamo che la scelta non è tra morire e vivere ma tra morire e amare, perché il vivere contiene il morire come fatto quotidiano di sapienza? La nostra capacità di compassione è coltivata e alimentata oppure siamo ancora schiavi dei massimi sistemi? Abbiamo bisogno di una teologia perfettina o cerchiamo una teologia amante di Dio e dell’uomo? Siamo sensibili alla vita e ai combattimenti e bisogni che porta con sé, oppure ci basta che tutto rientri in uno schema che ci vada bene e poi tutto il resto vada ben a farsi benedire?

Gesù ha scelto e per questo si è meritato subito una bella condanna a morte. Non ha avuto tentennamenti: la compassione per la persona prima di tutto e sopra tutto. Non solo: la legge è inverata dal bene della persona, diversamente viene squalificata e necessita di essere reinterpretata.

La provocazione è chiara: vogliamo stare dalla parte delle persone lasciandoci sempre interrogare dalla loro concreta sofferenza? Oppure preferiamo avere sempre delle risposte chiare e nette che con le persone hanno sempre meno a che fare?

Egli stese la mano: “la sua mano fu guarita”. Essi tennero consiglio “contro di lui per farlo morire”.

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20 Aprile 2025 Giovanni 20, 1-9

La Pasqua non è tranquillità ma è sconvolgimento delle nostre abitudini, dei nostri pregiudizi che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni, è ribaltamento della pietra, è dono di speranza.

PG

Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti con le nostre scelte di male e di morte, con i nostri sbagli, con i nostri peccati. Lui ci invita, quasi ci ordina, di uscire dalla tomba in cui i nostri peccati ci hanno sprofondato. È un bel invito alla vera libertà.

Papa Francesco

19 Aprile 2025 Sabato Santo

“… Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.

da una meditazione sul Sabato santo di Joseph Ratzinger

18 Aprile 2025 Giovanni 18, 1-19, 42

L’atto di fede nasce dalla croce:

No, credere a Pasqua non è giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera è al venerdì santo
quando Tu non c’eri lassù!
Quando non un’eco risponde
al tuo alto grido.

D. M. Turoldo

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