22 gennaio 2022 Marco 3, 20-21

Giovanni Nicoli | 22 Gennaio 2022

Marco 3, 20-21

In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare.
Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

Gesù entra in una casa, forse la casa di Pietro che era divenuta la sua base da cui poi ripartire: era il suo nido.

Essere in casa, essere casa, essere di casa sono tre dimensioni importanti per la nostra esistenza.

Essere in casa significa separarci da quelli che sono fuori. Essere in casa significa essere con Gesù e stare con Lui. Ma significa anche per Gesù essere con noi stando con noi.

Anche una casa può essere affollata fino a non riuscire neppure a mangiare. Essere in casa, in intimità con Gesù, non significa tagliare fuori il mondo, ma essere in modo più vero nel mondo.

Ma una casa può anche non essere casa, essere anonima, essere albergo, essere indifferente. Essere casa significa essere accoglienza, essere calore, essere affetto, essere vita, essere incontro, essere occhi che si guardano, essere volti che si riconoscono, essere voci ascoltate.

Essere di casa significa avere una familiarità di rapporto che non possiamo dare per scontato. Uno che è di casa è di casa perché c’è un’amicizia, perché è familiare, perché è dei nostri, perché è parente, perché è figlio o padre. Essere di casa dice già una vicinanza.

Ma tutto questo non è per nulla una certezza che assicuri il futuro. Né in Gerusalemme né sul monte Garizim si adorerà più il Padre, ma lo si adorerà in Spirito e verità.

Essere di casa: non significa che siccome abbiamo mangiato con te, e che tu hai predicato nelle nostre piazze e che ti abbiamo spesso chiamato col titolo di “Signore, Signore”, allora siamo di casa, allora siamo dei tuoi.

Gesù si costruisce una nuova famiglia nella casa di Pietro. Da questa casa i suoi, cioè noi, rischiamo di essere tagliati fuori. Abbiamo paura che ci portino via il fenomeno da baraccone che fa audience e che porta tanta gente in chiesa.

I suoi hanno ascoltato tante volte Gesù parlare in mezzo a loro, in mezzo a noi; in casa loro, in casa nostra; ma pur avendolo udito non hanno ascoltato e pur avendolo ascoltato non hanno capito e, per questo, non hanno potuto convertirsi.

Sono di casa e non possono prendere cibo. Sono chiesa e non possono prendere cibo. Non sappiamo più prendere il pane di vita, che è cibo e bevanda; non sappiamo più ascoltare la Parola di Dio che è cibo vero con la consapevolezza che non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Di fronte a questa familiarità e non familiarità; di fronte a questa intimità non intimità; di fronte alle folle che seguono Gesù; di fronte alle nostre folle di idee e di cose da fare che si frappongono fra noi e Gesù, i suoi escono per impadronirsi di Lui, lo vanno a prendere, lo vogliono portare via, perché è fuori di sé. Non è più dei nostri, la pensa come Dio; non è più dei nostri, abita una casa che non è la nostra.

I suoi che escono a prenderlo perché fuori di sé siamo noi che, pur essendo chiesa, non crediamo alla sua Parola.

Noi che siamo dei suoi pensiamo che sia pazzo per questo cerchiamo di impadronirci di Lui e della sua Parola in mille modi. La sua Parola è follia, per questo noi chiesa, noi che siamo dei suoi, vogliamo a tutti i costi filtrarla col nostro buon senso, con la folla di idee migliori di quelle di Dio, che continuamente ci balzano in testa.

Rimaniamo affamati, non prendiamo il cibo che dà vita e non ascoltiamo la Parola di verità perché continuamente siamo preoccupati di svuotare la follia della croce, la sua bellezza e tragicità allo stesso tempo, con il nostro buon senso.

Non crediamo che sulla croce Dio ha manifestato tutta la stupidità e la inutilità della sapienza e della forza umana. Tanto è vero che noi continuiamo a perseguirla e a rincorrerla. Noi continuiamo a volere impadronirci di Dio addomesticando la via di Gesù, la sapienza di Dio che è sapienza della croce. Noi vogliamo addomesticare il pensiero di Gesù a nostro uso e consumo, con tante belle intenzioni magari, con la volontà di riempire le chiese. Ma tutto questo sa di tradimento e di stravolgimento della sapienza di Dio. Quando vogliamo ridurre il pensiero di Dio a pensiero di uomini la cosa puzza. È come volere inscatolare il vento dello Spirito perché diventi nostra proprietà: non è più vento, non è più Spirito e dopo un po’ sa di stantio.

Non possiamo pensare secondo gli uomini se vogliamo essere di Dio. Lungi da me Satana, dirà Gesù al primo Papa Pietro, perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini. Il pensiero era questo: a te non accadrà mai di dovere andare in croce, noi tuoi discepoli non lo permetteremo.

Più negazione della sapienza della croce di così!!!

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nella divinità.
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