Marco 3, 20-21

In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare.
Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

Gesù entra in una casa, forse la casa di Pietro che era divenuta la sua base da cui poi ripartire: era il suo nido.

Essere in casa, essere casa, essere di casa sono tre dimensioni importanti per la nostra esistenza.

Essere in casa significa separarci da quelli che sono fuori. Essere in casa significa essere con Gesù e stare con Lui. Ma significa anche per Gesù essere con noi stando con noi.

Anche una casa può essere affollata fino a non riuscire neppure a mangiare. Essere in casa, in intimità con Gesù, non significa tagliare fuori il mondo, ma essere in modo più vero nel mondo.

Ma una casa può anche non essere casa, essere anonima, essere albergo, essere indifferente. Essere casa significa essere accoglienza, essere calore, essere affetto, essere vita, essere incontro, essere occhi che si guardano, essere volti che si riconoscono, essere voci ascoltate.

Essere di casa significa avere una familiarità di rapporto che non possiamo dare per scontato. Uno che è di casa è di casa perché c’è un’amicizia, perché è familiare, perché è dei nostri, perché è parente, perché è figlio o padre. Essere di casa dice già una vicinanza.

Ma tutto questo non è per nulla una certezza che assicuri il futuro. Né in Gerusalemme né sul monte Garizim si adorerà più il Padre, ma lo si adorerà in Spirito e verità.

Essere di casa: non significa che siccome abbiamo mangiato con te, e che tu hai predicato nelle nostre piazze e che ti abbiamo spesso chiamato col titolo di “Signore, Signore”, allora siamo di casa, allora siamo dei tuoi.

Gesù si costruisce una nuova famiglia nella casa di Pietro. Da questa casa i suoi, cioè noi, rischiamo di essere tagliati fuori. Abbiamo paura che ci portino via il fenomeno da baraccone che fa audience e che porta tanta gente in chiesa.

I suoi hanno ascoltato tante volte Gesù parlare in mezzo a loro, in mezzo a noi; in casa loro, in casa nostra; ma pur avendolo udito non hanno ascoltato e pur avendolo ascoltato non hanno capito e, per questo, non hanno potuto convertirsi.

Sono di casa e non possono prendere cibo. Sono chiesa e non possono prendere cibo. Non sappiamo più prendere il pane di vita, che è cibo e bevanda; non sappiamo più ascoltare la Parola di Dio che è cibo vero con la consapevolezza che non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Di fronte a questa familiarità e non familiarità; di fronte a questa intimità non intimità; di fronte alle folle che seguono Gesù; di fronte alle nostre folle di idee e di cose da fare che si frappongono fra noi e Gesù, i suoi escono per impadronirsi di Lui, lo vanno a prendere, lo vogliono portare via, perché è fuori di sé. Non è più dei nostri, la pensa come Dio; non è più dei nostri, abita una casa che non è la nostra.

I suoi che escono a prenderlo perché fuori di sé siamo noi che, pur essendo chiesa, non crediamo alla sua Parola.

Noi che siamo dei suoi pensiamo che sia pazzo per questo cerchiamo di impadronirci di Lui e della sua Parola in mille modi. La sua Parola è follia, per questo noi chiesa, noi che siamo dei suoi, vogliamo a tutti i costi filtrarla col nostro buon senso, con la folla di idee migliori di quelle di Dio, che continuamente ci balzano in testa.

Rimaniamo affamati, non prendiamo il cibo che dà vita e non ascoltiamo la Parola di verità perché continuamente siamo preoccupati di svuotare la follia della croce, la sua bellezza e tragicità allo stesso tempo, con il nostro buon senso.

Non crediamo che sulla croce Dio ha manifestato tutta la stupidità e la inutilità della sapienza e della forza umana. Tanto è vero che noi continuiamo a perseguirla e a rincorrerla. Noi continuiamo a volere impadronirci di Dio addomesticando la via di Gesù, la sapienza di Dio che è sapienza della croce. Noi vogliamo addomesticare il pensiero di Gesù a nostro uso e consumo, con tante belle intenzioni magari, con la volontà di riempire le chiese. Ma tutto questo sa di tradimento e di stravolgimento della sapienza di Dio. Quando vogliamo ridurre il pensiero di Dio a pensiero di uomini la cosa puzza. È come volere inscatolare il vento dello Spirito perché diventi nostra proprietà: non è più vento, non è più Spirito e dopo un po’ sa di stantio.

Non possiamo pensare secondo gli uomini se vogliamo essere di Dio. Lungi da me Satana, dirà Gesù al primo Papa Pietro, perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini. Il pensiero era questo: a te non accadrà mai di dovere andare in croce, noi tuoi discepoli non lo permetteremo.

Più negazione della sapienza della croce di così!!!

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16 Marzo 2026 Giovanni 4, 43-54

Nessuno può darci la garanzia che ciò in cui crediamo nella vita corrisponda a verità. Ciò che possiamo fare è continuare a camminare forti di quella speranza che nasce dalla fiducia. Se ricevessimo subito “segni e prodigi”, non saremmo incoraggiati a camminare, a crescere, a confrontarci con gli altri… E’ la fragilità della speranza a renderla così preziosa e umana.

Dehoniani

Il segno che compie Gesù, è veramente un grande segno che ci fa vedere cosa significa la fede nella Parola, ci ridà quella fiducia nel Padre che ristabilisce i nostri rapporti che non sono più rapporti di schiavitù e di morte, ma rapporti di libertà e di vita. Questo avviene mediante la fede in quella Parola, in ciò che è avvenuto allora e accade ogni volta che uno ascolta la Parola.

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15 Marzo 2026 Giovanni 9, 1-41

Ungendo con il fango gli occhi del cieco nato, Gesù non ha soltanto restituito la vista a un uomo. Ha ricordato a lui — e a ogni essere umano — la vertiginosa altezza a cui siamo chiamati. Un’umanità così vasta, così luminosa, così dignitosa da sfiorare il divino.

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Alla fine del cammino non c’è un dogma. C’è una fede nell’uomo.

Ed è qui che il Vangelo diventa tremendamente attuale.

Noi crediamo in tante cose: nel potere, nel denaro, nella tecnologia, nelle ideologie,

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Per questo lo scartiamo.

Il dramma della nostra epoca non è l’ateismo.

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F. Tesser

14 Marzo 2026 Luca 18, 9-14

Si prega non per ricevere ma per essere trasformati. Il fariseo non vuole cambiare, non ne ha bisogno, lui è tutto a posto, sono gli altri sbagliati, e forse un po’ anche Dio. Il pubblicano invece non è contento della sua vita, e spera e vorrebbe riuscire a cambiarla, magari domani, magari solo un pochino alla volta. E diventa supplica con tutto se stesso, mettendo in campo corpo cuore mani e voce: batte le mani sul cuore e ne fa uscire parole di supplica verso il Dio del cielo.

Ermes Ronchi

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