Marco 3, 20-21

In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare.

Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

Gesù entra in casa, probabilmente la casa di Pietro dove aveva già guarito la stessa suocera di Pietro. La casa per noi è sempre più il luogo della nostra vita. La rendiamo sempre più bella, la vogliamo sempre più grande ed accogliente. La casa siamo noi. Esprime la nostra personalità, i nostri gusti, la nostra capacità di ordine e di pulizia.

Vi sono case dove c’è posto per l’ospite e case dove è impossibile entrare. Vi sono case blindate e case aperte. Vi sono case che ti mettono sulle spine appena entri: metti le patine sotto i piedi, togliti le scarpe. Vi sono case con angoli molto belli dove nessuno può entrare: te lo fanno vedere e poi portano l’ospite in cucina. Vi sono case molto belle, ma i padroni vivono in cantina perché quella di sopra non la si può toccare.

Senz’altro Gesù entra in una casa dove si trova a casa sua, dove conosce chi lì incontra. Entra in questa casa con i discepoli, che ha appena chiamato a sé, per stare con loro, in intimità. Chi sta in casa con lui comprende ed ascolta la spiegazione delle parabole: chi sta fuori ascolta ma non comprende!

Subito si raduna molta folla al punto che non potevano più prendere cibo.  La folla impedisce l’accesso al cibo, è troppo grande ed impegnativo. Il cibo è “fare la volontà del Padre, perché non di solo pane vive l’uomo”. Questo cibo è quello che Gesù dona alle folle nel deserto: insegna loro e dà loro da mangiare.

La folla di pensieri, di preoccupazioni, di occupazioni spesso non ci permette di accedere al cibo della Parola. Rimaniamo nel deserto della vita affamati e senza sostentamento. Capire che il cibo è il Pane della Parola di Dio è cercare di mangiarlo sempre e comunque. Capire che la ricerca di questo cibo è quella che ci dà la forza di camminare per incontrare Dio, è spinta a cercarlo non dimentichi dell’importanza dello stesso.

Mangiare questo cibo ci rende veri parenti di Gesù: “Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3, 35). Chi fa questo verrà saziato dalla vera manna che è Gesù Parola viva che istruisce le folle, che è Gesù Pane di vita che si dona a noi perché chi mangia di questo Pane avrà la vita eterna.

I suoi, a sentire tutto quanto stava accadendo e che gli erodiani e i farisei volevano ucciderlo, escono per andare a prenderlo adducendo l’incapacità di intendere e di volere: è fuori di sé, dicevano.

Gesù è fuori da ogni schema: non va dietro al buon senso. Si è attirato le ire dei potenti di allora. Si è già beccato una condanna a morte. Ma continua come se niente fosse. Non capisce che se continua così andrà a finir male. Noi che siamo dei suoi, della sua famiglia, del suo clan, ne subiremo tutte le conseguenze. Rischiamo grosso anche noi che siamo dei suoi: non possiamo lasciare che rovini se stesso e noi.

Noi siamo i suoi. I suoi è la sua chiesa. Ci troviamo continuamente di fronte al fatto che Gesù esagera sempre. Risulta ai nostri occhi un po’ fanatico, fuori dal mondo. Se noi seguissimo quello che lui dice, dove andremmo a finire? Probabilmente spariremmo crocifissi dalle orde che vogliono conquistare a sé tutto e tutti.

La nostra paura di perderci parla e ci spinge a compiere scelte di buon senso che di per sé non andrebbero contro il vangelo, ma che concretamente lo uccidono. Lo uccidono perché nascono dalla paura di rimanere per terra. Lo uccidono perché non ci permette, questo buon senso, di fidarci veramente di Lui. Lo uccidono perché etichettano Gesù come un sognatore. Noi abbiamo paura di Gesù, non lo vogliamo tra i piedi; noi vogliamo essere liberi di parlare bene razzolando molto male.

La nostra chiesa è di tutti, i laici dovrebbero partecipare di più alla stessa. Appena i laici si muovono si comincia a dire però che sono i preti che comandano, che i laici possono dare solo dei consigli. Questo buon senso pieno di paura uccide lo spirito del Vangelo, è contro il salvatore: si va a prenderlo dicendo come scusa che è fuori di sé.

Noi possiamo fare molto. Non diciamo come al solito che non possiamo fare nulla, non è vero. Per lo meno possiamo non partecipare alla banda di coloro che, per buon senso, vogliono liberarsi di Gesù perché scomodo e pericoloso, perché ci fa perdere i diritti civili.

Vi invito a leggere “Il Grande Inquisitore” di Dostoevskij: è il capitolo quinto del libro de “I fratelli Karamazov”. Il Grande Inquisitore di Siviglia dà disposizione perché il Cristo redivivo venga sbattuto in carcere, immediatamente. In carcere va a trovarlo, più tardi. Ha inizio il confronto. Il dialogo. Che è però un monologo. Parla solo il Grande Inquisitore che dice a Gesù di Nazareth: perché sei tornato in terra? Non ti basta quello che hai già combinato in vita? Hai messo in testa agli uomini delle idee false, degli ideali troppo alti! La risposta di Gesù è chiara: si alza, lo bacia e se ne va!

           

Finalmente uno che viene preso per pazzo perché è l’unico che non ha mai conosciuto pazzia, che è dichiarato fuori di sé perché non ha mai tradito il vero sé divino per costruirsi un ego sostituto, per assecondare le aspettative altrui; finalmente uno che viene umiliato e ridicolizzato, come colui che è così senza mente che non è più possibile avere un confronto e un dialogo dignitoso con lui, perché il suo amore si espande da lui in tutto ciò che esiste e vive. Finalmente uno che viene preso per pazzo in mezzo a tutta questa umanità così intelligente, perfettamente in asse con se stessa, profondamente sapiente, mentalmente così evoluta.

 Paolo Spoladore

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