Marco 3, 31-35

In quel tempo, giunsero la madre di Gesù e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo.

Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano».

Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Ma noi siamo dei tuoi! È la prima affermazione che Gesù vuole confutare. Infatti non noi siamo dei suoi, ma Lui è di noi.

Noi che abbiamo l’abitudine di tagliare a fette la vita; di stabilire confini chiari sui territori del mondo; di dire se uno è dei nostri allora è bravo e affidabile, se dei nostri non è allora bisogna diffidare. Noi che guardiamo con riverenza a certi paesi e pensiamo di diffidare ad altri. Noi che definiamo bravi coloro che hanno schiavizzato il mondo e incapaci coloro che sono stati resi schiavi.

Noi che ci riteniamo figli di Abramo e dunque a posto. Noi che apparteniamo al popolo di Israele e dunque eletti. Noi che siamo cristiani e dunque comunque salvi. Noi che siamo islamici e dunque detentori del vero modo di condurre la vita. Noi che siamo di un certo partito e dunque onesti. Noi che vorremmo mandare a casa tutti perché tutti gli altri bravi non sono, per forza non sono dei nostri. Noi che ci riteniamo bravi perché andiamo in chiesa e ci riteniamo in diritto di lamentarci di coloro che in chiesa non ci vengono.

Noi che … a Gesù non interessa che noi siamo dei suoi, fratelli di sangue. A Gesù interessa che noi siamo del Padre. Ma questo essere del Padre non significa che siamo a posto, significa invece che “Dio è con noi”, non noi con Lui e non Lui che fa ciò che noi vogliamo. “Dio è con noi”, perché incarnandosi è divenuto Parola incarnata, vale a dire Colui che fa la volontà del Padre.

“Dio con noi”, vale a dire che Lui è diventato esecutore della volontà del Padre di redimere tutti gli uomini. “Dio con noi”, perché non fa finta che non vi siano più lacerazioni fra Dio e l’uomo e fra uomo e uomo, ma perché le elimina radicalmente, non vi sono più. E non vi sono più non perché noi siamo dei suoi ma perché Lui si è fatto ponte, ha unito le due sponde, anzi ha riempito il burrone che c’era frammezzo, cioè l’inimicizia, divenendo Lui stesso amicizia e unità.

Lui diventa uomo nel quale la pace diviene realtà. Nel momento in cui noi siamo ridotti all’osso, siamo allo stremo, ci lasciamo cadere le braccia, a questo punto Dio interviene facendosi uomo e divenendo misericordia incarnata. Egli fa tutto quello che noi non facciamo e non fa quello che invece tutti noi facciamo: egli soffre per tutti le conseguenze della nostra trasgressione; in libera obbedienza accetta il destino dell’uomo alla salvezza, quella salvezza che noi tutti rifiutiamo.

Noi non siamo dei suoi perché bravi ma perché Lui è per noi, Lui si converte a noi, Lui continua ad essere l’innamorato di noi.

Accettare questa volontà del Padre, significa accettare di essere salvati, non fare chissà quali azioni da bravo bambino o da bravo soldatino. Accettare la volontà del Padre ci rende fratelli nel credere che Lui ci salva, Lui che si fa uomo ci slava, Lui che muore per noi ci salva, Lui che risorge per noi ci salva.

Capiamo come questa realtà sia ben più che una realtà dove noi riteniamo essere dei suoi perché battezzati o perché frequentatori domenicali più o meno convinti della chiesa.

Con il Battista dobbiamo continuamente indicare Lui come Agnello di Dio, noi preferiamo ancora essere lupi. Indicare Lui come il Salvatore: è Lui, seguiamo Lui, non scimmiottiamo Lui.

Queste parole, oggi, in questo momento storico dove siamo ossessivamente preoccupati della centralità della Chiesa. Pensiamo al fraintendimento di una Chiesa che parla continuamente e ossessivamente di sé, dimentica di essere relativa, relativa a un Altro. Una Chiesa che mette in mostra se stessa anziché indicare l’Agnello di Dio, ribadendo che chi è con noi è bravo e chi non è con noi, non lo può essere. Qualcosa da apprendere da Papa Francesco lo abbiamo ogni giorno: non perfezione ma verità libera!

Conoscerai la vita, e ne sarai riconosciuto, nella misura della tua trasparenza, cioè della tua capacità di svanire come fine e restare semplice mezzo.

Dag Hammarskjöld

L’appartenenza alla comunità di Gesù non ha altro criterio che il fare la volontà di Dio: non vi sono privilegi, appartenenze di diritto o acquisite una volta per tutte, ma l’appartenenza a Dio avviene solamente tramite l’ascolto della Parola che conduce a rinnovare ogni giorno la fedeltà alla volontà del Padre.

Manicardi

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3 Dicembre 2024 Luca 10, 21-24

Il problema più grande è
quando il “pilota automatico” è inserito da così tanto tempo che non
si è più neppure in grado di rendersene conto.Quando tutto è diventato
un’abitudine si arriva a vivere per inerzia dimenticandosi di esistere:
l’avvento ci chiede di svegliarci. Beati gli occhi che vedono.

P. Lanza

2 Dicembre 2024 Matteo 8, 5-11

La fede non si inculca, ma germoglia davanti alle sfide della vita, soprattutto quando ci lasciamo toccare dalla sofferenza degli altri. Quando non accettiamo che un nostro simile soffra, si apre lo spazio per una fede autentica. Educare all’attenzione verso gli altri diventa allora il primo passo: una vera scuola di umanità che può preparare il cuore alla fede.

Luca Vitali

Per avere una fede grande non bisogna avere una “grande religiosità”, ma una “grande umanità”.

L.M. Epicoco

1 Dicembre 2024 Luca 21, 25-28.34-36

«… uno sguardo attento, con il quale l’anima si svuota
completamente del proprio contenuto per accogliere in sé l’essere che sta
guardando così com’è, in tutta la sua verità. Di un simile sguardo è capace
solo colui che sa prestare attenzione… L’attenzione, al suo grado più elevato,
è la medesima cosa della preghiera. Suppone la fede e l’amore.»
Simone Weil

«Le domande fondamentali della vita non attendono risposte, non ci sono risposte che le comprendono, sono solo da abitare, servono a tenere aperta la vita, ad essere attenti a ciò che c’è, ad avere uno sguardo vivo, altrimenti il daffare quotidiano rapisce le nostre energie e ci lascia vuoti».

Giorgio Bonati

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