Marco 3, 31-35

In quel tempo, giunsero la madre di Gesù e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo.
Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano».

Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Del buon senso è d’obbligo parlar bene. Dopo tutto, è la massima valutazione esprimibile nei riguardi di una persona dire che “è di buon senso”. Anche se poi non si riesce a definire che cosa esattamente esso sia o in che cosa consista di fatto.

Sarà una specie di sedimentazione della sapienza di secoli che si esprime anche attraverso proverbi. Oppure una forma corretta, civile e sociale, di quella che semplicemente era l’ingegnosità, l’astuzia e la scaltrezza che permetteva di cavarsela e sopravvivere tra ostacoli e intoppi.

A volte però il buon senso veste i panni di una certa prudenza: stiamo attenti che ciò che noi chiamiamo prudenza non sia la paura che cammina in punta di piedi alle nostre spalle, dicono i padri del deserto.

La prudenza è di casa nella famiglia, nella casa, nella società, nella chiesa, dispensa criteri di inazione ed è buon tutore di ciò che esiste solo per il fatto che esiste, a prescindere se sia giusto o meno. Per questo tiene al caldo istituzioni, strutture e privilegi.

Questa sa anche indossare panni corti, giovanili, di tornaconto puro e semplice, di sopraffazione e di violenza gratuita.

Per buon senso si è conservatori e per buon senso si è pseudo – rivoluzionari, essendo comune la radice: la volontà di auto-conservazione e di affermazione. Con quanta voglia poi e con che sottile astuzia.

Gesù invece sceglie per sé, cosa che chiede a chi lo vuole seguire, la povertà radicale. Non è rivolto ad accessori e bazzecole il suo invito: “va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri… poi vieni e seguimi” (10, 21).

Via dunque il buon senso, padre di ogni ricchezza, di ogni impedimento o ingombro alla sequela. Elogio della follia, allora; anzi, dichiarazione della sua necessità!

Per quello che Gesù diceva e faceva il buon senso ha perso la pazienza e lo ha dichiarato spacciato. “È fuori di sé”, è matto, dice il buon senso normale, quello della gente comune o della famiglia. Non può essere che da Satana; è uno che bestemmia e quindi da uccidere, dice il buon senso super, quello degli scribi, che vantano anche giustificazioni ideologiche di attacco.

Questa di Gesù e di quanti sono sulla stessa linea, è vera e fastidiosissima provocazione! Recidivi rispuntano sempre, ostinandosi a cantare la medesima canzone “falsa e tendenziosa” (rispetto alla opinione dominante che perciò è vera) che turba l’ordine pubblico (che è ordine perché è costituito).

Bella famiglia si crea attorno! Da essa sono esclusi quelli che sono del giro, mentre divengono fratelli e sorelle, gente raccogliticcia che porta nel sangue la febbre della volontà di Dio.

Diceva padre Turoldo in uno suo scritto: il vangelo bisogna sempre predicarlo, ma è bene non viverlo. Diceva questo a partire dalla sua esperienza all’interno della chiesa e della comunità cristiana.

Tutti noi abbiamo la bocca piena di Cristo e del vangelo ma quando ci avviciniamo alla vita allora usiamo altri termini di paragone e di giudizio. Allora non ci fidiamo più della logica amante della Croce ma ci fidiamo del mondo, delle sue regole e delle sue norme: appunto, rientriamo nel buon senso.

Ancora prima di iniziare una avventura sappiamo già quali sono le scelte che ci portano lontane dal buon senso e dal senso comune dell’esistenza e quali sono invece quelle che ci portano a vivere secondo il senso comune delle cose. Lì quando il gioco si fa più duro e più vero, noi recalcitriamo ritornando nell’alveo della normalità. Abbiamo paura di spiccare il volo, ci accontentiamo di dire che non capiamo, mentre sappiamo benissimo che questo non è il problema.

Abbiamo paura di prendere il largo e ci accontentiamo di dirci che è difficile, mentre sappiamo benissimo che il vangelo in quel momento ci tratta in modo serio e ci chiede di essere trattato in modo serio, ma … preferiamo di no.

È necessaria la follia che significa uscire dalla normalità, abbandonare quelle false sicurezze che popolano le nostre giornate e che ammansiscono i nostri cuori: rischiare, rischiare per il vangelo, rischiare per la vita.

 

I veri parenti sono coloro che hanno occhi limpidi e orecchi aperti, che cercano di essere liberi dai propri pregiudizi di sapienza umana e religiosa, per vedere con chiarezza il mistero del regno nella realtà ambigua che ci sta davanti. In tal modo, nella debolezza e nella stoltezza della croce, rivelata solo ai piccoli e agli umili, riescono a scorgere nei piccoli gesti quotidiani la potenza e la sapienza di Dio. Questi sono i veri parenti di Gesù!

PG

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31 Marzo 2026 Giovanni 13, 21-33.36-38

Giuda, fratello mio…

Ci sono solitudini che fanno rumore.

La tua, Giuda, no.

La tua cade in silenzio, come una moneta sul fondo del mondo.

E io ti penso lì, fratello smarrito, ultimo tra gli ultimi,

con addosso non il peccato — che pure gli uomini adorano contare — ma il dolore.

Quel dolore che spacca il fiato, che toglie il nome alle cose,

che fa della notte una stanza senza porte.

Ti hanno lasciato addosso il marchio del gesto, e si sono dimenticati dell’abisso.

Si sono fermati al bacio, e non hanno visto la ferita.

Hanno contato i denari, e non hanno contato le lacrime.

Ma io, stasera, se potessi, verrei a cercarti.

Non per assolverti come fanno i giusti.

Non per spiegarti, che certe anime non si spiegano.

Solo per sedermi accanto. Solo per dirti: resta.

Ancora un momento. Non andare così lontano dentro il tuo buio.

L. Santopaolo

30 Marzo 2026 Giovanni 12, 1-11

Noi vorremmo provare a entrare in questa settimana Santa accompagnati dal profumo del nardo di Maria, dall’immagine di questo aroma che si espande fino ad arrivare addirittura sotto la croce. Sarà questo il modo migliore per tenere lontane le continue immagini di morte che ci vorrebbero distogliere dal profumo della vita che Cristo ci è venuto a donare con la sua Risurrezione.

Dehoniani

Hanno deciso la tua morte, ma io ti profumo con ciò che fa vivere, l’hai insegnato Tu che l’amore fa esistere.

Tu ci hai riempito d’amore. Ci ami troppo, piccoli e peccatori come siamo, e io ti ricambio con questo troppo di profumo.

Ermes Ronchi

29 Marzo 2026 Matteo 21, 1-11

La Parola non è prima di tutto un comando, una direzione, un cosa fare, ma una promessa che vince anche le nostre morti. L. Vitali
Per noi l’eternità è una questione di quantità (un tempo che non finisce), ma nel Vangelo l’eternità è questione di qualità. Gesù non promette ai suoi discepoli un ombrello assicurativo per ripararli dagli inconvenienti che possono capitare (uno tra tutti la morte) ma insegna che a decidere la felicità o l’infelicità, la realizzazione o il fallimento personale non è ciò che capita, ma il modo con cui reagiamo a ciò che capita: sostenuti, nutriti e guidati dalla sua parola sarà sempre possibile scegliere di amare, perciò di scegliere la vera vita (anche sulla croce). P. Lanza

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