Marco 4, 21-25

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

Ascoltando questo vangelo mi sovvengono alcune domande di cui vorrei farvi partecipi. La principale è: con quali occhi vediamo? Con quali orecchie ascoltiamo? Con quale cuore viviamo queste esperienze di ascolto e di sguardo?

Abbiamo letto ieri dell’importanza dell’ascolto della parola e dell’importanza della qualità di questo ascolto.

Oggi partiamo dall’esperienza del vedere. La luce è esperienza essenziale del nostro esistere. Come essenziale è, di contro, l’esperienza delle tenebre. Come vediamo mentre c’è luce e come guardiamo mentre camminiamo al buio. Con quale sguardo noi osserviamo il cielo quando è buio. Non vi sono stelle, non vi è luna, ma vi è un’aria scura che svela quanto sta succedendo. C’è una strana luce, in questa oscurità. Una luce che parla e dice che si sta preparando qualcosa. È una oscurità che ti colpisce le guance e ti fa sentire qualcosa di diverso. Sta cambiando il clima!

Sguardo che trafigge l’oscurità e che si lascia inondare dalla luce, non è sguardo banale. È uno sguardo che si mette in moto da una pienezza di cuore. Lo sguardo vede al di là della luce e delle tenebre, a partire da una pienezza o una vacuità di cuore.

Accontentarci di vedere fino alla punta del nostro naso, per quanto lungo esso sia, è un difetto di vista che chiamiamo miopia.

La miopia è un difetto visivo a causa del quale si vede sfocato da lontano anche se la visione da vicino può essere buona. Il termine miopia deriva dal greco myo, che significa chiudere ed indica l’abitudine dei miopi a strizzare gli occhi per vedere meglio da lontano. È una visione chiusa, strizzata.

Uno sguardo pieno della pienezza di un cuore che desidera vivere la vita nella pienezza, apre gli occhi e ci aiuta a vedere al di là del proprio naso.

Così vedendo, così guardando, così scrutando, giorno dopo giorno possiamo essere gente che impara a vedere oltre, a vedere oltre la propria visione delle cose. Abbiamo bisogno di gente che sa vedere oltre. Una chiesa senza gente che non vede oltre è una chiesa miope che rischia di involgersi talmente su se stessa fino a diventare inutile.

Uno sguardo che osserva dalla pienezza del cuore non si accontenta di quello che vede e non si accontenta dell’abitudine a ripetere ciò che fa all’infinito. Uno sguardo che osserva dalla pienezza del cuore è uno sguardo ribelle, creativo, che spinge sempre più in là per bellezza il proprio sguardo, sia che vi sia luce sia che vi siano tenebre.

Lo stesso dicasi della propria capacità di ascoltare. Ascoltare mentre c’è rumore o mentre c’è silenzio, mentre si dicono cose sagge o mentre si dicono delle stupidaggini, ascoltare sempre e comunque, ascoltare dalla profondità del proprio cuore significa mettersi nella posizione di cogliere ciò che realmente sta avvenendo nelle situazioni di vita. Non ci si ferma alle parole ma si va al cuore della questione e al cuore di ciò che la persona amata ci vuole comunicare.

L’ascolto accompagnato da un cuore vivo è ascolto che non è mai banale e che ci conduce a vivere ciò che avviene senza falsi moralismi e senza smania di entrare in notizie vere o false che invadono le nostre giornate.

Vedere oltre ascoltando oltre, dalla pienezza di un cuore vivo e attento è esperienza profondamente umana: altamente cristiana.

La misura con cui misuriamo il nostro ascolto e il nostro sguardo, più che essere una questione di generosità è una questione di ciò che siamo. Il misurare nasce da un cuore misurato o da un cuore immisurato. Misurare la bellezza del nostro vivere e quindi del nostro essere gratuiti, è un modo gretto di gestire la nostra umanità.

Vivere l’immensità divina della gratuità come dono ricevuto è cosa che apre i confini del cuore rendendo il nostro vedere e il nostro ascoltare, nella luce o nel buio, nel silenzio o nel rumore poco importa, un’esperienza vitale e totale allo stesso tempo.

Non ci interessa contabilizzare il nostro guardare e il nostro ascoltare: ciò che vale è un cuore non misurato che ci dona l’immensità dello sguardo e dell’ascolto misericordioso di Dio.

Per questo a chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Vale a dire che chi è sarà e chi non è non sarà. A chi è nell’ascolto sarà data la grazia dell’ascolto e la ricchezza e umanizzazione di questo ascolto. Chi è sordo rimarrà sordo nonostante Amplifon, perché è un ascolto che dipende da quanto siamo disponibili ad aprire il cuore all’ascolto e dell’ascolto. Chi è cieco non potrà ricevere luce e capacità di guardare. Un cuore aperto e generoso nella gratuità accolta e condivisa diventa un modo di essere nella luce che è esperienza ineguagliabile che si guarisce ogni giorno dalle nostre miopie.

 

Ognuno faccia attenzione al proprio modo di ascoltare, perché l’ascolto è la misura del messaggio ricevuto: ognuno infatti intende solo ciò che può o vuole intendere. L’uomo si giudica da se stesso, secondo il modo e la misura del suo ascolto.

Pedron

 

Vivere l’immensità divina della gratuità come dono ricevuto è cosa che apre i confini del cuore rendendo il nostro vedere e il nostro ascoltare, nella luce o nel buio, nel silenzio o nel rumore poco importa, un’esperienza vitale e totale allo stesso tempo.

 PG

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9 Marzo 2026 Luca 4, 24-30

Le chiusure mentali più difficili da demolire ce le hanno coloro che pensano di essere i più vicini, cioè quelli che pensano di aver capito tutto e di avere tutto sotto controllo. A una persona che è convinta non si riesce nemmeno a parlarle fino in fondo perché il suo ascolto è occluso dalla sua convinzione.

M. Epicoco

Il ritenere tutto come ovvio finisce per non far riconoscere ciò che di diverso pure sta già germogliando, la familiarità finisce per dare tutto per scontato, l’abitudine finisce per leggere ogni cosa solo come stanca ripetizione di un passato senza sbocchi.

A. Savone

8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42

Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto

7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32

L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.

Dietrich Bonhoeffer

La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.

C. Bruno

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