Marco 4, 26-34
Diceva: “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura”.
Diceva: “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”.
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
La Scrittura non è un monumento storico. La Scrittura non può rimanere solo uno scritto, è infatti principalmente una predicazione pronunciata da labbra umane.
La Chiesa non può, nell’annunciare il Vangelo, porre la fiducia in se stessa, la può e la deve porre solo nella Scrittura. La Scrittura fonda e può distruggere la Chiesa stessa.
Non è un optional fare riferimento alla Scrittura nell’annunciare la Buona Notizia: questa è una pia illusione che rischia di distruggere la Chiesa e di non annunciare altro che se stessa e il proprio buon senso che poco ha a che vedere con la Scrittura.
La Scrittura ricorda alla Chiesa che essa appartiene a Cristo senza che essa possieda Cristo.
Regola di tutta la vita della Chiesa e del cristiano, è la Scrittura che è canone, vale a dire scala, regola, misura, tipo.
La Chiesa, grazie alla Scrittura, non è lasciata sola nella sua predicazione. La Scrittura infatti dichiara la missione del popolo di Dio; ne è l’oggetto dell’annuncio stesso; è il termine di giudizio e di paragone della predicazione stessa, non certo degli uomini a cui è rivolta. La Scrittura infine è evento che rende autentica la predicazione stessa, grazie al dono dello Spirito.
Possiamo comprendere come la Parola sia allora un seme, piccolo piccolo, che gettato in terra morendo germoglia e porta frutto.
La Parola non è qualcosa di statico: è invece profondamente dinamica nella sua essenza. La Parola è gettata, quasi con noncuranza, nel terreno e poi cresce, come noi stessi non lo sappiamo.
Per questo la Parola è potente, potente nella vita che sprigiona, nella sua forza, bontà. Tanto è forte quanto è fragile: è sufficiente che incontri dei sassi invece che del terreno buono perché la sua potenza svanisca. È sufficiente che noi la andiamo ad estirpare, quando germoglia, perché non possa più continuare la sua azione prodigiosa.
La Parola muore e marcisce nel buio del terreno della nostra esistenza e, così facendo e vivendo, diventa spiga che verrà falciata perché possa il suo frutto essere macinato e divenire pane e nutrimento.
La Parola muore e marcisce divenendo un albero alla cui ombra tutti noi possiamo riposarci e ristorarci nella calura delle nostre estati.
La Parola è scritta ma freme fino a che non è da qualcuno di noi annunciata e gettata come seme sulle strade del nostro quotidiano. La Parola è scritta ma rimane lettera morta se le nostre labbra non diventano strumento perché lei possa essere annunciata di nuovo. Così essa attende che le nostre mani la gettino nel terreno buono, e attende che il nostro affetto la coccoli; attende che le nostre lacrime la possano irrigare; attende che il nostro sguardo la possa amare nello sguardo del fratello.
La Parola è viva ed efficace, senza di essa tutto muore, Chiesa compresa. Con l’annuncio della stessa tutto riprende vita e speranza.
La Parola in noi porta frutto. Basta solo ascoltarla, accoglierla e non opporle resistenza. Certo, i frutti saranno di vario tipo e noi avremo i nostri, altri ne avranno altri, ma qualcosa spunterà grazie all’azione di Dio in noi. Sarà necessario non farcela rubare, strappare via, lasciare che si radichi in profondità, darle lo spazio e l’attenzione, ma prese queste precauzioni la Parola… farà spuntare bei frutti: per grazia!
Vitali
Accettiamo che il tempo ci lavori. E che non sia soltanto l’ambito in cui noi interveniamo sugli altri o sul mondo. Al tempo stesso, questo lasciarci lavorare dal tempo non è il passivo lasciare che il tempo passi, ma entrare in un tipo di lavoro e di azione che è invisibile e interiore, ma non per questo meno efficace, soprattutto perché si tratta di un lavoro non sull’esteriorità, ma sull’interiorità.
Manicardi
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L. Manicardi
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