Marco 6, 1-6

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

La familiarità che noi abbiamo con certe realtà e certe persone, può giocarci dei brutti scherzi. Non sempre tale familiarità ci inganna per cattiveria, alle volte ci inganna proprio perché una situazione ci è familiare. Crediamo di conoscere il nostro vicino e il nostro amato, il nostro amico e la persona a noi cara, e perdiamo di speranza. Non riusciamo a vedere in lui e in lei, come in noi stessi, la novità che ogni giorno sprigiona con la vita. Non sono mai grandi cose, ma vi sono delle piccole crescite che cambiano poco alla volta la vita, sia in positivo che in negativo.

Siamo capaci di vedere il cambiamento di un bambino, di vedere che cresce, di udire il suo primo squittire, di vedere il suo primo passo. Ma non siamo capaci di vedere quel cambio interiore che ogni persona vive. Ripeto: non sempre in positivo. Allora diventiamo abitudinari. Ci lamentiamo della abitudinarietà, ma viviamo tutto come una abitudine. Non accogliamo la novità quotidiana della vita, e ce ne lamentiamo perché la novità sembra spenta. Ma le braci sotto la cenere continuano ad ardere in nostra attesa.

È vero che ci conosciamo ma è anche vero che poco ci conosciamo. Poco conosciamo noi stessi perché non crediamo che la nostra vita sia continuo cambio, sia che noi lo vogliamo sia che noi non lo vogliamo. È continuo cambio fisico, ma anche e soprattutto interiore. È cambio di odio e di amore, è cambio di tenerezza e di tradimento, è cambio di idee e di sentimenti, è cambio di vista e di udito, è cambio nella capacità di cogliere le cose e nel ritenerle sempre uguali.

La vita è cambio: o ci accorgiamo di questo oppure lo subiamo semplicemente. O lo conosciamo questo cambio impercettibile ma quotidiano e allora diventa nostro e luogo dove giocare la nostra libertà, oppure lo subiamo e ci lasciamo portare verso la vecchiaia, verso la debacle, verso quel territorio di nessuno nel quale sembrano parcheggiate troppe delle nostre vite.

Siamo troppo familiari a Gesù e al suo Vangelo, alla celebrazione dei suoi misteri. Quando questa familiarità prende piede senza una coscienza sveglia, cominciamo a riempirci di domande. Domande che non sono via a Dio e alla fede, ma domande fine a se stesse. Domande che mettono in dubbio ciò che viviamo e ciò che crediamo. Un dubbio non vitale – magari così fosse – ma un dubbio fine a se stesso. Domande viziose che non attendono alcuna risposta.

Si crea un’abitudinaria prossimità che ci impoverisce. Tale prossimità si esprime soprattutto nel pensare che se io ti faccio domande e ti obbligo a rispondere a queste domande, allora noi siamo vicini, allora dialoghiamo, allora creiamo un ponte.

Normalmente quando un rapporto cerca di stare in piedi lanciando domande all’altra parte, domande finalizzate a tenere vivo un fuoco ormai spento, in quel momento il rapporto è già in una situazione di naufragio. Ciò non significa che non sia recuperabile. Ciò significa che non lo si recupera a colpi di domande che creano distanza e non vicinanza.

La vicinanza e la conoscenza sappiamo quanto siano importanti per la nostra vita. Sappiamo anche quanto possano essere letali quando sono vissute con sufficienza e come qualcosa di scontato. Ogni giorno necessitiamo di un piccolo slancio di apertura alla vita per non credere di possedere Cristo, per non credere di possedere, e quindi conoscere, il fratello. Il prossimo non lo conosciamo mai e non lo conosciamo per sempre. La conoscenza nasce dall’amore e se non c’è amore ma abitudinarietà, non ci può essere conoscenza, c’è solo routine.

A quel punto una vicinanza siffatta può uccidere un rapporto già fragile. Uccide la nostra docilità, la nostra capacità recettiva, la nostra apertura alla vita.

E allora Gesù, così “dei nostri”, diventa solo motivo di scandalo. Non sappiamo riconoscere le belle cose da Lui fatte. Ci dimentichiamo delle bontà da Lui donate. Siamo smemorati di fronte a un Dio che si è Incarnato e che noi vorremmo disincarnare, perché noi conosciamo tutti i suoi parenti, conosciamo da dove viene, che cosa viene mai a dirci costui di così saggio, se è dei nostri?

La conclusione è d’obbligo: l’incredulità! A causa della quale Gesù “non poteva compiere nessun prodigio”.  Gesù “percorreva i villaggi d’intorno”, fuori dalle nostre chiese e dai nostri recinti sacri. Meravigliandosi “della loro/nostra incredulità”.

Ciò che si sa di qualcuno impedisce di conoscerlo. Ciò che se ne dice, credendo di sapere ciò che si dice, rende difficile vederlo.

 Christian Bobin

 

Ogni volto non va letto a memoria, va letto sempre per la prima volta.  

 Avveduto

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