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10 Febbraio 2020 Marco 6, 53-56

Giovanni Nicoli | 10 Febbraio 2020

Marco 6, 53-56

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.
Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.

E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Alcune traduzioni terminano il vangelo di oggi dicendo che coloro che lo toccavano venivano guariti. La nostra traduzione dice che venivano salvati. Al di là della traduzione mi sembrerebbe importante cogliere il senso di tale salvezza o di tale guarigione. Premesso che per noi la guarigione riguarda il corpo e la salvezza l’anima creando non poca confusione perché siamo obbligati a vivere da schizofrenici come se l’anima e il corpo fossero cose di persone diverse, proviamo a cogliere il senso di tutto ciò cercando di vivere una riflessione di unità e non di schizofrenia.

Gesù ha appena moltiplicato il pane semplicemente perché la gente che lo ascoltava aveva fame. Non ha fatto analisi sociologiche per non giungere a nulla e per giustificare il nostro non fare nulla di fronte ai problemi. L’amore di Gesù che scaturisce dallo spezzare il pane non viene capito dagli apostoli. Loro vorrebbero sfruttare questa occasione per avere un ritorno politico, visto che la gente voleva farlo re. Gesù se ne va sul monte, questa è la risposta di amore di Gesù, a pregare e manda i discepoli sulla barca all’altra riva. I discepoli si imbattono in un vento contrario che non gli permette di raggiungere l’altra riva, è il vento contrario della non comprensione: chissà quante rabbie e quante rivendicazioni, chissà quanti pensieri contro Gesù che non capisce e non sa approfittare delle situazioni favorevoli che si creano, come ad esempio dopo la moltiplicazione dei pani. Mentre obbediscono al comando di Gesù di passare all’altra riva e remano di malavoglia sperando di potere tornare indietro alla prima occasione, Gesù va verso di loro camminando sulle acque. Non hanno riconosciuto il suo amore nel pane spezzato, non lo riconoscono ora: per loro è un fantasma e cominciano a gridare. Non riconoscono Colui che volevano fare re per il pane spezzato la sera prima, perché non riconoscono l’amore come essenziale alla vita. Sono preoccupati delle loro mosse politiche, di non perdere terreno di potere, di averla vinta sui capi e di potere comandare loro: dell’amore di Gesù Pane spezzato per la fame del mondo non solo non ci capiscono nulla, ma non gli interessa nulla. Non è per questo benedetto amore che ci siamo messi con te, sembrano dire.

Gesù riprende a remare lui, dopo che è salito sulla barca, facendo tornare la voglia ai suoi discepoli ancora increduli, malati dentro, senza nessuna speranza di amore, senza salvezza.

Appena approdato Gesù viene riconosciuto e a Lui la gente porta malati di ogni tipo e da tutta la regione. La gente lo segue con le sue barelle. La gente affamata di amore e malata di sfiducia, di lamentela, di paura, di negazione dell’altro, lo segue per essere guarita, per essere salvata dalla propria incredulità alla via dell’amore. Vanno loro e portano con loro i loro malati di odio e non amore: chiedono di poterlo toccare per essere salvati, perché potessero guarire, perché potessero ritornare alla bellezza dell’amore liberi dalla schiavitù di risultati politici ed economici.

L’amore di Cristo per noi affamati di umanità è chiaro come è chiaro il fatto che il suo amore è destinato a subire contraffazioni e deformazioni, il nostro cuore, è tempo che ce lo diciamo, è come quello dei discepoli: incapace di accoglierlo e pronto a tacitarlo. Pietro stesso dirà a Gesù di tacere, che quello che Lui dice di sé non avverrà, che l’amore è ben altra cosa, che tutto questo non ha senso perché non vi è guadagno e non fa crescere la buona nomea.

Noi, con i suoi discepoli, non riusciamo ad accettare che Cristo non utilizzi il pane per dominare. Noi abbiamo bisogno di ristrutturare la dinamica della chiesa perché siamo sempre di meno; noi abbiamo bisogno che a messa ci vengano in tanti: a fare che cosa poco importa, l’importante è che possiamo contarci in tanti. Non accettano che Gesù usi se stesso, Pane di vita, semplicemente per servire e per sfamare la gente affamata di vita, di Pane, di Amore. Per loro, cioè per noi, è un inutile spreco. Non si può rinunciare al dominio che un’occasione del genere ci serve su di un piatto d’argento.

Così noi ci dimostriamo ancora una volta incapaci di riconoscerlo e Gesù? Gesù ci dice: coraggio, Sono Io, non temete! E se ne va a terra a continuare a spezzare il Pane della vita, avvicinando la gente che accorre a Lui. Non si scompone di fronte all’incredulità dei discepoli, continua a farsi Pane spezzato, a condire la Vita con il dono della sua, a lasciarsi toccare dal cuore della gente anche solo nel lembo del suo mantello. Non si preoccupa che in tal modo i malati possano renderlo impuro, gli interessano i malati, i persi, e a loro dona di nuovo se stesso con gratuità.

Questo Gesù, irriconoscibile ai nostri occhi, continua a vivere per noi e a manifestarsi a noi: lasciamoci toccare toccando la verità di chi Lui è, non il fantasma che ci siamo creati con tutte le nostre religiosità che poco hanno a che fare con la nostra fede che sprigionerebbe solo speranza e carità.

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