Marco 6, 53-56
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.
Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.
E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.
Nella meditazione di quest’oggi mi sono soffermato sulla gente che, appena Gesù sbarca coi suoi discepoli a Gennèsaret, lo riconosce e, dopo averlo riconosciuto, accorre da tutta quella regione cominciando a portare sui lettucci gli ammalati, dovunque udivano si trovasse.
Sembra la realtà che ho visto spesso in Mozambico, quando si apre un centro di Salute, la gente si muove da tutte le parti per arrivare a cogliere una speranza di vita che sembrava impossibile.
Mi vengono in mente le tante persone che vanno da un medico all’altro nella speranza di incontrane uno che possa guarirle. Mi vengono in mente i tanti familiari che, con sacrifici enormi, si danno da fare per portare, curare, accudire i loro cari che sembrano senza speranza. È un tentativo di dare speranza ad una vita che speranza sembra non abbia più.
La speranza non è solo una questione di vita e di morte, la speranza ha a che fare con molti interrogativi della nostra esistenza: ciò che sarà di me nella mia vita, come andrà a finire questa nostra umanità, che senso ha vivere? Che senso ha il presente, che senso ha continuare a camminare e andare avanti, quali ragioni abbiamo per andare avanti.
La nostra è fondamentalmente una società senza speranza. I sintomi di questa mancanza di speranza sono: la verbosità dei discorsi vuoti, avere continuamente bisogno di non parlare di niente; l’esigenza costante della discussione, della provocazione soprattutto verbale ma non solo; l’insaziabile curiosità senza che diventi esigenza di approfondimento e, soprattutto, desiderio di comprensione dell’altro e della realtà che ci circonda; la sbrigliata dispersione in mille cose senza mai riuscire a ricondurci al centro del nostro vivere; una irrequietezza intima ed esteriore: non è un atteggiamento solo dei più piccoli che non riescono a stare fermi a scuola, o dei più giovani che devono continuamente andare da un’altra parte: è uno stile del nostro vivere.
Tutto questo è segno di mancanza di speranza e dice presenza di nevrosi come la mancanza di calma; l’incapacità a rendere una decisione stabile; il rincorrere continuamente nuove sensazioni. Tutti atteggiamenti che ci portano a consumare la realtà anziché viverla e goderla.
La vera speranza è come un vulcano dentro di noi che ci rende creativi; ci dà coraggio nell’affrontare le difficoltà della vita anziché fuggire dalla vita. La speranza ci dà forza per perseguire lo scopo scelto inventando strade nuove e modi nuovi di azione.
La speranza è attesa verso il futuro, è fiducia che quel futuro si avvererà e si realizzerà, è pazienza e perseveranza nell’attenderlo.
La vita umana è inconcepibile senza futuro, senza una tensione verso di esso, senza progetti, senza programmi, senza attese.
È anche vero che la nostra speranza non si può basare principalmente sulle nostre capacità e forze. La nostra speranza si basa sulla fedeltà di Dio, è un dono del Signore.
Potremmo dire che sperare è vivere totalmente abbandonati nelle braccia del Signore che genera in noi la virtù, la nutre, l’accresce, la conforta. Il contenuto della speranza cristiana è il riempimento di noi stessi della vita di Dio.
Anche noi, come la gente ai tempi di Gesù, possiamo correre incontro a colui che viene perché ci possa guarire e possiamo portare i tanti malati che vivono con noi, da lui per potere essere guariti.
Guariti dalla malattia; guariti dalla disperazione; guariti dalla mancanza di senso; guariti dalla frenesia; guariti dalle chiacchiere inutili, utili solo per potere fare funzionare la televisione; guariti dalla irrequietezza; guariti dalla curiosità insaziabile e distruttiva; guariti dall’invidia e dall’odio; guariti dalla mancanza di gioia; guariti dalla continua necessità di nuove stimolazioni sempre più droganti e sempre meno umanizzanti.
Andiamo con speranza di corsa da Gesù. Cerchiamo di toccargli il lembo del mantello perché, toccandolo, l’amore che è in lui possa trasmettersi a noi guarendoci. Perché la linfa vitale che è in lui vite, possa trasmettersi a noi tralci dandoci vita rendendoci ancora una volta capaci di portare frutti di speranza.
Il protocollo di guarigione di Gesù è del tutto innovativo e sconosciuto e soprattutto è gratis. Nessuno davanti a Gesù deve dissanguare le proprie sostanze per non vedersi dissanguare da una malattia. Con Gesù la guarigione non è mai una promessa, è sempre realtà e non solo è del tutto gratis ma è anche semplice; non è traumatica, non crea ansia e paura, libera il corpo, la mente e l’anima. Gesù libera la mente e l’anima così che l’uomo riconosca, riconosca da sé ciò che libera e ciò che incatena, ciò che sana e ciò che fa morire.
Spoladore
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