Marco 6, 7-13

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.

E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

 

L’evangelizzatore non è colui che dice, che proclama. Per lo meno non è colui che fa soltanto questo. Chi dice e proclama solamente, si eguaglia a quegli scribi e farisei che caricano pesanti fardelli sulle spalle della gente, ma loro non li toccano neppure con un dito.

L’invito che l’evangelizzatore fa alla conversione è innanzitutto un invito. Ed un invito non può essere condito di invettive e di castighi e premi: se no, che invito sarebbe? Sarebbe l’invito del padrone che ordina allo schiavo di fare una cosa invece che un’altra: appunto, un ordine.

No, l’invito alla conversione chiede all’evangelizzatore rispetto e pudore nei confronti dell’evangelizzato. La legge, la norma, la norma morale non è più importante della persona che hai davanti. Se tu ami la norma più del peccatore, tu ami un pezzo di carta e rifiuti tuo fratello.

Evangelizzare significa curare, significa prendersi cura. La parola dell’evangelizzatore è vera nella misura in cui mette colui che ascolta, nelle condizioni di ascoltare, accogliere e fare suo ciò che viene annunciato. Se risponde sì solo perché ha un pugnale puntato alla gola … allora aveva ragione quell’indigeno dell’America Latina che di fronte all’invito del missionario a convertirsi per entrare in paradiso, chiedeva se in paradiso c’erano anche i cristiani, coloro che avevano massacrato regni interi, in America Latina. Di fronte alla risposta affermativa del missionario, l’indigeno declinava l’invito: preferiva di no, ne aveva avuto abbastanza su questa terra dei cristiani.

Evangelizzare perché la gente si possa convertire, è invito alla mia conversione. Ho bisogno di convertirmi da metodi troppo mondani di persuasione, ai metodi di Cristo. Quel Cristo che fu Agnello fino in fondo e non cedette mai alla tentazione di divenire lupo. Quel Cristo che ha amato e ha pacificato, sempre e comunque, anche sulla croce.

Se evangelizzare significa scacciare demoni e guarire i malati, questo significa che la Buona Notizia o è olio che unge e guarisce e lenisce i dolori, oppure Buona Notizia non è.

Stiamo attenti a non fare diventare l’invito alla conversione, ad essere rivolti a Cristo, ad avere uno sguardo bello sul mondo, un tradimento della Bella Notizia, un annuncio da arrabbiati. Non possiamo trasformare la Buona Notizia, Gesù buon Pastore, in una accozzaglia più o meno logica di leggi e leggine più o meno morali. Leggi che giudicano e non amano, leggi che indicano a dito e non esprimono accoglienza. Leggi che non fanno venire voglia di convertirsi a Gesù, ma che allontanano le persone. Leggi che noi per primi non tocchiamo col dito del nostro cuore, leggi che sono solo, in gran parte, esteriorità.

Evangelizzare dunque significa preparare il terreno, lenire le ferite, liberare il campo da tutto ciò che è intralcio, lavorare il terreno che deve accogliere la parola, creare le condizioni per l’ascolto, bussare alla porta e attendere fino a che l’altro apre.

Credo che l’olio dell’essenzialità e l’olio della povertà, possono essere tenerezza di Dio che si dona a noi nel momento stesso in cui accogliamo l’annuncio, nel momento in cui noi doniamo l’annuncio.

“La fede si può paragonare al passo in avanti di un corpo umano. Ogni passo è l’inizio di un precipitare. È una perdita di equilibrio, una possibile caduta.”

P. Hernández

Non portare nulla perché ciò che hai ti divide dall’altro, perché nessun uomo è ciò che possiede, così vivrai dipendente solo dal cielo e dal pane condiviso.

Ermes Ronchi

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26 Marzo 2026 Giovanni 8, 51-59

La Parola non è prima di tutto un comando, una direzione, un cosa fare, ma una promessa che vince anche le nostre morti. L. Vitali
Per noi l’eternità è una questione di quantità (un tempo che non finisce), ma nel Vangelo l’eternità è questione di qualità. Gesù non promette ai suoi discepoli un ombrello assicurativo per ripararli dagli inconvenienti che possono capitare (uno tra tutti la morte) ma insegna che a decidere la felicità o l’infelicità, la realizzazione o il fallimento personale non è ciò che capita, ma il modo con cui reagiamo a ciò che capita: sostenuti, nutriti e guidati dalla sua parola sarà sempre possibile scegliere di amare, perciò di scegliere la vera vita (anche sulla croce). P. Lanza

25 Marzo 2026 Luca, 1, 26-38

Anche gli angeli capita che a volte, sai, si sporcano,
ma la sofferenza tocca il limite e così cancella tutto
e rinasce un fiore sopra un fatto brutto.
Lucio Dalla

Dio non entra dalla porta

Principale degli eventi umani,

gli basta un grembo,

un cuore innamorato e libero,

due labbra che gli dicano “SÌ”,

un volto di ragazza su chi riscrivere

la geografia del futuro

fatta di pace e di fraternità,

di reciprocità e convivialità.

M. Illiceto

24 Marzo 2026 Giovanni 8, 21-30

Gesù entra nella morte perché là è risucchiato ogni figlio della terra.

Sale sulla croce per essere con me e come me,

perché io possa essere con lui e come lui.

Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce.

Perché l’amore conosce molti doveri,

ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui,

stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte.

Ermes Ronchi

È nell’esperienza di vederlo crocifisso che avremo finalmente chiara l’idea di cosa significa amare, La sua morte in croce non è messa lì per farci venire sensi di colpa ma per farci capire quanto siamo amati e a che amore siamo chiamati tutti.

L.M. Epicoco

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