Marco 8, 11-13

Vennero i farisei e si misero a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli sospirò profondamente e disse: “Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno”. Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.

Dire la differenza che notiamo nelle richieste che i personaggi evangelici rivolgono a Gesù, è cercare di capire il senso del Vangelo, il senso della presenza di Gesù. La differenza non è data dalla richiesta in sé, ma dal motivo che sostiene la richiesta stessa e dalla fede che la fonda.

La donna siro-fenicia pone una richiesta non tanto di un segno, quanto invece di una liberazione. Chiede questa liberazione non per sé ma per la sua figlioletta. Manifesta un bisogno, presenta una malattia, chiede un rimedio, e lo chiede con convinzione e con insistenza, con amore e fede. Non lo chiede per sé: anche questo è un atteggiamento che dovremmo riscoprire sempre più come saggezza cristiana: chiedere per qualcun altro, farsi interprete del bisogno di guarigione del fratello. Questa donna, come la folla che segue Gesù, manifesta una fame e una sete che, colti da Gesù stesso, provocano compassione, quella compassione da cui scaturisce il segno. La compassione è segno e presenza e scelta di solidarietà.

La differenza con i farisei è una differenza ideologica, che coinvolge la chiesa oggi. I farisei chiedono un segno, come se Gesù non ne avesse fatti fino ad allora, per valutare, per soppesare, per vedere se rientra nelle categorie teologiche e negli schemi dogmatici approvati. Non sono interessati né a Gesù né a qualche fame dell’uomo, sono interessati a soppesare quanto avviene a partire da categorie ben studiate che non hanno molto a che fare con la vita.

Agire in questo modo sia da parte dei farisei come da parte dei nostri teologi o pseudo moralisti/confessori è “un’ingerenza spirituale nella vita personale” non accettabile, ci dice Papa Francesco.  Dare la precedenza alle indicazioni morali rispetto al primo annuncio è ideologia, non fede. Insistere sulle proposte dottrinali invece che sul primo annuncio costituisce una “molestia spirituale”. Non possiamo continuare a perseguire scelte politiche culturali e antropologiche.

Dice il nostro Papa al riguardo: “Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla sicurezza dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa un’ideologia fra le tante”.

Così l’atteggiamento dei farisei: non nasce da una fame ma da un desiderio di controllo e di soppesamento. Vogliono guardare la realtà con la lente di ingrandimento perdendo di vista l’insieme della realtà stessa. Così è per i nostri moralisti confessori: sono interessati alla legge, non alla persona. Sono interessati alla fame nel mondo, non al fratello affamato che bussa alla porta. Siamo più interessati ai grandi temi piuttosto che a vivere la compassione di chi ci manifesta il suo bisogno.

Fino a che guarderemo ai macro problemi sia sociali che ecclesiali, noi faremo solo dell’ideologia, cercheremo solo di fare delle macro chiacchiere, delle tavole rotonde che lasciano il tempo che trovano; anzi che creano ancora più delusioni.

Se non vi è fede, se non vi è compassione, se vi è ricerca di un segno, di un miracolo, la fede diventa ideologia: non sarà mai convocazione. Nelle ideologie non c’è Gesù, anche se si parla di Lui. Manca la sua tenerezza, il suo amore, la sua mitezza. E le ideologie, lo sappiamo, sono rigide. Quando un cristiano diventa discepolo di una ideologia siffatta, quel cristiano ha perso Cristo, ha perso la fede. Rimane solo un pensiero ideologico e moralistico, caratterizzato solo dal dovere, che non converte ma spaventa e accusa.

Se non ritorneremo come bambini non entreremo nel Regno. Vale a dire: se non ritorneremo a dare importanza al fratello che siede accanto a me, al ragazzo che ho davanti, all’uomo e alla donna che sono tali e non divorziati, all’uomo che mi tende la mano e mi guarda che non è un povero o un barbone, noi continueremo ad esser schiavi di una ideologia. Da schiavi noi chiederemo riscontri e sicurezze, non vivremo compassione per la fame dell’altro e non diventeremo testimoni, gente che convoca e invita anziché gente che giudica e soppesa.

Se non usciremo da questo inghippo, continueremo a compiere delle scelte per paura. Il prete e il parroco non inviterà ad entrare in chiesa i poveri perché non sa cosa dirà poi il vescovo. Il vescovo si sentirà in dovere di ripetere l’ultimo documento pontificio e l’ultima dichiarazione della tale congregazione perché altrimenti ci va di mezzo lui e magari riceve un richiamo da Roma. Così i teologi, i cardinali, le sacre congregazioni e chi più ne ha più ne metta. Questa non è libertà, questa non è fede, questo non è Regno di Dio. Questa è un’organizzazione che detta regole e sta alla finestra a vedere chi le rispetta e chi no, chi è degno di entrare e chi no. Non è certo una convocazione di fede dove la compassione è di casa.

E con questo “Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva”.

Se non vi è fede, se non vi è compassione, se vi è ricerca di un segno, di un miracolo, la fede diventa ideologia: non sarà mai convocazione. Nelle ideologie non c’è Gesù, anche se si parla di Lui. Manca la sua tenerezza, il suo amore, la sua mitezza. E le ideologie, lo sappiamo, sono rigide.

PG

 

Il segno ha uno statuto particolare, che scompare davanti alla realtà, come il fumo che scompare dove c’è la fiamma, così tante cose sono il segno dell’amore, ma nell’amore non c’è dentro la cosa che ti viene data, è un’altra cosa, è Lui. Quando sei dentro il segno cessa, è per chi è fuori. E chi cerca segni è sempre fuori, anche fuori di sé.

Fausti

Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

29 Luglio 2025 Giovanni 11, 19-27

La risurrezione è credere nel Signore, nel Cristo, nel Figlio di Dio che viene nel mondo ad aprire i nostri sepolcri, a comunicarci la sua vita, a eliminare per sempre la morte perché ci dona una vita nell’amore e l’amore è eterno perché è Dio.

S. Fausti

Io sono risurrezione delle vite spente, sono il risvegliarsi dell’umano,

il rialzarsi della vita che si è arresa.
Vivere è l’infinita pazienza di risorgere, di uscire fuori dalle nostre grotte buie, lasciare che siano sciolte le chiusure e le serrature che ci bloccano, tolte le bende dagli occhi e da vecchie ferite, e partire di nuovo nel sole.

E. Ronchi

28 Luglio 2025 Matteo 13, 31-35

Di semi, alberi e nidi.

Di farina, lievito e alveoli.

Il regno di Dio è uno spazio di accoglienza.

S. Manfredi

La fede non è questione di grandezza. Non ci sono persone che hanno più o meno fede. Non è questa la misura. E la fede non è una nozione o un insieme di dogmi o nozioni da assimilare. La fede è credere che siamo un granellino di senape, cioè piccola cosa, fragili, insignificanti, che contiamo poco o nulla. Ma che in questa piccolezza siamo noi stessi, autentici. E che questa piccolezza è amata da Dio, con la quale egli ha un legame profondo e indelebile.

Sergio Rotasperti

27 Luglio 2025 Luca 11, 1-13

“Pensiamo

di non sapere pregare.

È questo in fondo

non ha importanza,

perché Dio

ascolta i nostri sospiri,

conosce i nostri silenzi.

II silenzio è tutta la preghiera

e Dio ci parla

in un soffio di silenzio,

ci raggiunge in quella parte

di solitudine interiore

che nessun essere umano

può riempire. ”

Frère Roger

La preghiera è lasciarsi raggiungere dalla vita, è ospitalità della vita. Bisogna essere molto vivi per pregare bene, avere il cuore pieno di volti e di nomi. (…) Da duemila anni ripetiamo il Padre Nostro e il pane continua a mancare; eppure sulla terra c’è tanto pane che basterebbe per tutti; manca a molti a causa dell’avidità o della volontà di morte di pochi. E ci sono luoghi, Gaza e non solo, dove si muore uscendo a cercare il pane, l’esatto contrario della parabola.

E. Ronchi

Share This