Marco 8, 11-13
In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.
Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».
Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.
Quale è il segno che chiedo a Cristo per potergli credere? Lo voglio anch’io mettere alla prova? Il segno che chiedo normalmente è il fatto che le cose possano andare secondo il mio desiderio, che le mie idee si possano concretizzare. Mentre l’unico segno che il Signore mi dona è quello del Pane. Il Pane moltiplicato e donato a tutti.
Il segno che ci viene donato è il Pane spezzato. Questo è il segno che ci viene donato e noi andiamo alla ricerca di segni più grandi e più convincenti. Sembra che se non vi sia un miracolo non ci possa essere fede. Ma di fronte al miracolo non ci può essere fede, se non preventiva, di fronte al miracolo c’è una sorta di infantile magia da creduloni che non presuppone per nulla la fede.
Il Pane spezzato è il vero e unico segno che ci viene donato, perché è l’unico e vero segno significativo. Noi cerchiamo segni più significativi per la nostra fede e non crediamo al Pane spezzato. Credere al Pane spezzato significa credere nell’unica legge fondamentale per la nostra esistenza personale, sociale ed ecclesiale: la legge della condivisione.
Significa pregare il Padre Nostro con una coscienza diversa. Significa inverare la preghiera partendo da una concretezza – la fame nostra e dei nostri fratelli – e camminando verso una concretezza ancora più grande: la condivisione.
Dacci il nostro Pane quotidiano, il nostro e non il mio. Questa è la vera e unica legge di Dio che concretizza, senza mezze misure, la legge dell’amore. La mancanza di condivisione è il vero peccato, come il vero peccato è un bambino che muore di fame. E dunque la condivisione del Pane è il vero comando e l’unico segno che il Signore ci dona e che ci chiede di donarci reciprocamente. Non crediamo al segno della moltiplicazione dei pani che il Signore Gesù ci dona. È un segno troppo scomodo. Credere a questo segno significa credere, e dunque vivere, al miracolo del Pane nostro condiviso.
Noi crediamo a leggi migliori e riformate: non cancelleranno mai né la corruzione né la delinquenza né l’evasione fiscale. Noi cerchiamo poteri più giusti, ed è giusto perché vi sono poteri che uccidono l’uomo e non lo liberano. Ma l’unica vera legge e vera liberazione, l’unico vero potere salvifico è quello della rigenerazione del cuore.
Noi siamo farisei perché fiduciosi nella legge, magari applicata sugli altri perché noi siamo già giusti e non ne abbiamo bisogno. Noi siamo erodiani in quanto a potere. Noi siamo eternamente riverniciati a nuovo nella storia e viviamo la pantomima di Dio. Un Dio che è Padre e dona il Pane a tutti e che noi continuiamo a uccidere in quanto Padre non riconoscendo la rivoluzionaria legge della condivisione del Pane.
Noi uccidiamo il Padre credendo che l’essere fratelli sia in mano nostra, nella nostra capacità di potere e di fariseismo che punta a dito il prossimo. Mentre l’essere fratelli è proprio nell’essere generati come figli, figli dello stesso Padre, figli di Dio.
Il miracolo dei pani e del dono completo di noi stessi che implica – date loro voi stessi da mangiare – pensiamo sia un passaggio secondario e pensiamo di potercelo gestire da soli. Niente di più falso. La nostra risposta al miracolo dei pani è la richiesta di un nuovo segno; la nostra risposta alla chiamata al dono di sé e alla condivisione noi rispondiamo assurgendo a idolo il simbolo della proprietà privata dimenticando il profumo del Pane e la gioia della condivisione del Pane a noi donato dal Padre e da noi continuamente rubato al fratello.
Questo è il segno che noi vogliamo e continuiamo a volere costruire torri di Babele, templi alla finanza, volendo ridurre il mondo all’unità della schiavitù del mercato unico sotto l’egida di pochi potenti. Questo è il culmine del male dell’uomo incapace di accogliere la salvezza che viene da Dio. E la salvezza è sempre la stessa: quella di un Padre che genera figli e ci rende fratelli, condivisi in ogni momento. La nostra fedeltà farisaica ad una certa legge diventa durezza contro la volontà di Dio di esserci Padre. Questa è scelta dei farisei, è scelta dei discepoli del Signore che si dimenticano il segno del Pane. Una dimenticanza che parla tutta di una mancanza di interiorità.
Chiedere un segno è infedeltà a Dio e primo passo verso l’allontanamento da Lui. Credere a questa tentazione maligna ci riporta ad una paralisi di vita dove i segni di credibilità non sono mai sufficienti, non ci bastano mai, dove siamo costretti a correre da una parte all’altra per ricercare una conferma alla nostra credibilità.
PG
Il segno ha uno statuto particolare, che scompare davanti alla realtà, come il fumo che scompare dove c’è la fiamma, così tante cose sono il segno dell’amore, ma nell’amore non c’è dentro la cosa che ti viene data, è un’altra cosa, è Lui. Quando sei dentro il segno cessa, è per chi è fuori. E chi cerca segni è sempre fuori, anche fuori di sé.
Fausti
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1 Aprile 2026 Matteo 26, 14-25
Non siamo diversi da Giuda: consegniamo il divino alla religione, non sappiamo guardare nei suoi occhi, non sappiano ospitare i suoi sogni, rifiutiamo il giogo della sua grazia, diffidiamo delle sue vie, non vogliamo accoglierlo dentro la nostra carne, scegliamo di essere polvere tranquilla che diffida del suo alito di vita eterna. Allora lo cediamo al sistema religioso perché se ne prenda cura al posto nostro.
E. Avveduto
Non si tradisce all’improvviso.
Si inizia quando si smette di custodire ciò che conta.
Quando l’amore diventa secondario.
Quando scegliamo noi stessi – la sicurezza, il vantaggio,
la paura – al posto della relazione, della fedeltà, del rischio.
F. Tesser
31 Marzo 2026 Giovanni 13, 21-33.36-38
Giuda, fratello mio…
Ci sono solitudini che fanno rumore.
La tua, Giuda, no.
La tua cade in silenzio, come una moneta sul fondo del mondo.
E io ti penso lì, fratello smarrito, ultimo tra gli ultimi,
con addosso non il peccato — che pure gli uomini adorano contare — ma il dolore.
Quel dolore che spacca il fiato, che toglie il nome alle cose,
che fa della notte una stanza senza porte.
Ti hanno lasciato addosso il marchio del gesto, e si sono dimenticati dell’abisso.
Si sono fermati al bacio, e non hanno visto la ferita.
Hanno contato i denari, e non hanno contato le lacrime.
Ma io, stasera, se potessi, verrei a cercarti.
Non per assolverti come fanno i giusti.
Non per spiegarti, che certe anime non si spiegano.
Solo per sedermi accanto. Solo per dirti: resta.
Ancora un momento. Non andare così lontano dentro il tuo buio.
L. Santopaolo
30 Marzo 2026 Giovanni 12, 1-11
Noi vorremmo provare a entrare in questa settimana Santa accompagnati dal profumo del nardo di Maria, dall’immagine di questo aroma che si espande fino ad arrivare addirittura sotto la croce. Sarà questo il modo migliore per tenere lontane le continue immagini di morte che ci vorrebbero distogliere dal profumo della vita che Cristo ci è venuto a donare con la sua Risurrezione.
Dehoniani
Hanno deciso la tua morte, ma io ti profumo con ciò che fa vivere, l’hai insegnato Tu che l’amore fa esistere.
Tu ci hai riempito d’amore. Ci ami troppo, piccoli e peccatori come siamo, e io ti ricambio con questo troppo di profumo.
Ermes Ronchi
Giovanni Nicoli | 16 Febbraio 2026