Marco 8, 27-33
In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Il disegno di un bambino è bello anche quando è brutto, perché nel farlo il bambino ha usato la sua creatività. E perché è suo, l’ha fatto lui con le sue mani.
Coloro che sono i cosiddetti cresciuti, al giorno d’oggi, preferiscono distruggere e deridere, insultare. Così pensiamo che la creatività sia cosa di pochi eletti, sia cosa di chi ha pancia piena, sia cosa di chi non ha meglio da fare. Ci dimentichiamo che non solo tutti possiamo creare bellezza, ma che la creazione di bellezza è ciò che dà senso a molte cose che quotidianamente noi facciamo. Ce ne siamo dimenticati, ma ciò che rende bello un lavoro è la possibilità di esprimere la mia creatività e la mia capacità, nel mio lavoro di fare qualcosa di bello. Scrivere è una noia mortale se continuamente devi trovare cose da dire. Nel momento in cui lo scrivere ti sfugge di mano e le dita viaggiano da sole sulla tastiera, lo scrivere si dimentica di tutto e di tutti, pur avendo sempre più presente tutto e tutti, e si vola verso una creatività che alla fine fai quasi fatica a riconoscere. La creatività ti porta a fare cose impensate delle quali perdi quasi da subito la paternità. Ma la bellezza è la creatività in qualsiasi forma si esprima. La bellezza non è solo un bel volto, una bella cattedrale, un bel capitello, un bel tramonto. La bellezza è figlia della nostra creatività: non ce ne dimentichiamo.
E la bellezza rivoluzionaria che oggi esprime Gesù nel vangelo, ci lascia basiti, ma è bellezza vera, quella che salva il mondo. Per noi è uno scarabocchio, per Dio è un’opera d’arte. Per noi è cosa da pazzi e da stolti, per Dio è la porta sublime della saggezza. Per noi è cosa inconcepibile per Gesù è “ti ringrazio Padre perché hai nascosto queste cose ai grandi e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”.
E lo scarabocchio bello e saggio di Dio è questo: Gesù è il Messia non bello secondo il mondo; Messia non importante secondo le potenze terrene; Messia che non vive nei palazzi ma che viene in una stalla e, nato, viene deposto in una mangiatoia. Gesù è il Messia che “deve molto soffrire ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. Uno scarabocchio per la nostra sensibilità e per la nostra cultura. Direi: uno scarabocchio per il mondo. Eppure è uno scarabocchio rivoluzionario che esprime tutta la creatività di Dio. Creatività che trova la sua espressione nell’amare alla follia l’uomo, fino a dare la propria vita per il mondo. Altra follia: ma è mai possibile che Dio possa donare la sua vita? Per le nostre categorie no, perché Dio non può morire. Perché se Dio muore, che Dio è? Eppure la follia creativa di Dio di lì passa. La follia creativa di Dio fa diventare stupendo uno scarabocchio di stoltezza umana, manifestando tutta la sapienza divina. E la sapienza è questa: la morte viene sconfitta non con la forza e con la violenza, ma col dono.
E noi, discepoli del Signore, siamo chiamati a passare dietro a Lui che cammina verso la sua gloria sul trono della croce, sublime porta del dono e della pacificazione. E noi suoi discepoli siamo chiamati ad essere belli e creativi nel nostro quotidiano. Sia che vi sia bellezza come bruttezza; sia che vi sia violenza come pace; sia che vi sia gioia come tristezza, la suonata non cambia. Siamo chiamati alla creatività della croce, siamo chiamati alla bellezza rivoluzionaria del dono. Ad abbandonare le rive sicure della distruzione, della derisione, dell’insulto, per attraversare il fiume e fare unità tra le due rive. Creativi con la sapienza di Dio, creativi nel dono, creativi nella bellezza, creativi sempre e comunque non cedendo alla tentazione del brutto e della violenza. Creativi perché totalmente avvolti dal dono di Dio l’insipiente saggio, lo stolto amante. Colui che a tutti i costi rifiuta la dinamica di Satana, la dinamica del Maligno, la dinamica della violenza gratuita.
E concludo con una testimonianza.
Sono le parole del vescovo di Orano, Algeria, Pierre Claverie, che dopo il sacrificio dei sette monaci trappisti, quaranta giorni prima di essere a sua volta assassinato, dichiarava:
“Siamo là a causa di questo Messia crocifisso. A causa di nient’altro e di nessun altro. Non abbiamo interessi da salvaguardare, né influenze da conservare. Non siamo neanche spinti da chissà quale perversione masochistica o suicida. Non abbiamo alcun potere: restiamo in Algeria come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, stringendogli la mano, rinfrescandogli la fronte. A causa di Gesù, perché è lui che soffre, in questa violenza che non risparmia nessuno, nuovamente crocifisso nella carne di migliaia di innocenti. Come Maria, come Giovanni stiamo là, ai piedi della croce su cui Gesù muore, abbandonato dai suoi, schernito dalla folla. Non è forse essenziale per un cristiano essere là, nei luoghi della sofferenza, di abbandono? Dove potrebbe mai essere la Chiesa di Gesù Cristo se non fosse innanzitutto là? Per quanto possa sembrare paradossale, la forza, la vitalità, la speranza, la fecondità della Chiesa proviene da lì. Non da altrove né altrimenti. Tutto il resto è solo fumo negli occhi, illusione mondana. La Chiesa inganna se stessa e il mondo quando si pone come potenza in mezzo alle altre, come un’organizzazione, seppur umanitaria, o come un movimento evangelico spettacolare. Può brillare, ma non bruciare dell’amore di Dio, “forte come la morte” (Ct 8, 6). Si tratta, infatti, proprio di amore, innanzitutto di amore e solo di amore. Una passione di cui Gesù ci ha donato il gusto e tracciato il cammino: Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15,13)”.
Fino a quando ci poniamo questioni su di lui, non comprenderemo nulla! Si comincia a capire qualcosa quando ci lasciamo porre in questione. Non lui, bensì noi siamo chiamati a dichiararci. (…) La fede non è delegabile. Ognuno è chiamato a dare la propria risposta, a conoscerlo, amarlo e seguirlo, anche se ancora imperfettamente.
Fausti
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