Marco 9, 38-40
In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».
Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».
Dov’è carità e amore, lì c’è Dio! Non necessariamente dove noi diciamo esserci Dio, c’è carità e amore. Sono convinto che spesso noi siamo più sulla seconda posizione che non sulla prima. Noi abbiamo estremo bisogno di dire dove Dio c’è o non c’è, incapaci di lasciare a Lui libertà di esserci dove vuole. Lo vogliamo per noi, lo vogliamo gestire noi.
Questo atteggiamento, come quello di Giovanni nel vangelo, è motivo spesso della chiusura della comunità cristiana su di sé. E quando la comunità cristiana si chiude su di sé pecca di apostasia nei confronti di Cristo, che è il peccato di volerci mettere al suo posto pensando di essere Dio. Un peccato che Cristo smaschera – “Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me” – e lo smaschera, sia ben chiaro, per salvarci, non per condannarci. Per salvarci dall’idolatria di noi stessi, che non è mai un volerci bene.
Evidenziare la nostra identità è cosa buona, oltre che essere segno di chiarezza. Usare la nostra identità per svalutare l’altro, è segno di debolezza. Conoscere l’identità dell’altro per incontrarlo come fratello, è segno di carità e di presenza di Dio. Conoscere l’altro per combatterlo, è negazione di fraternità e quindi del nostro essere figli di Dio.
Il bisogno di dire dove c’è la chiesa e il regno di Dio, è un bisogno di volerci mettere al posto di Lui per negare l’altro e squalificarlo. Decidere quale è la zizzania e quale il grano buono non spetta a noi. Tantomeno spetta a noi strappare la zizzania e lasciare il grano buono, normalmente, quando facciamo questo, noi uomini prendiamo degli abbagli madornali. Questo avviene perché ci mettiamo al posto di Cristo.
Questo è il peccato radicale della comunità cristiana. Non vogliamo andare dietro Gesù ma vogliamo che Lui venga dietro a noi. Un Gesù che ci va bene fino a quando Lui la pensa come noi. È Gesù che deve pensarla come me. Lui deve stare dove noi lo trasciniamo. E il trucco è sempre quello: basta fissarlo mani e piedi, immobilizzarlo, metterlo in croce per esempio. Ma ciò che è più incredibile è che Lui ci sta a farsi fare questo. Cammina con noi dove noi lo portiamo perchè non vuole abbandonarci. Ci segue per smascherare le nostre false verità anche se ben incastonate in un sistema teologico e dogmatico ineccepibile.
E le smaschera nell’unico modo sano per l’uomo: ci mostra come tutto questo noi lo costruiamo per volere gestire il mondo al posto di Dio, non perché amiamo il mondo e l’uomo. E questa è la grande apostasia della comunità cristiana. Quando noi ci mettiamo al centro noi usiamo il nome di Cristo per giustificare a salvaguardare le strutture di peccato che giustificano noi stessi e per potere poi mettere, in nome di Cristo, i nostri fratelli in un angolo o addirittura fuori da ogni possibilità di salvezza. In nome di questo che cosa non abbiamo giustificato e sanzionato, in duemila anni di storia della chiesa. Cosa non abbiamo avallato. Addomesticato nelle chiese, Gesù appare il garante dell’apparato ecclesiastico in materia di fede, di morale, di disciplina. Quella disciplina che tanta infelicità ha sparso nel mondo in nome di un potere divino gestito dagli uomini a loro piacimento. Quella fede che troppi ha costretto anziché liberato nell’amore. Quella morale che anziché essere a servizio dell’uomo, sapendo che il sabato e la domenica è per l’uomo e non viceversa, lo ha schiacciato e continua a schiacciarlo in sensi di colpa devastanti e non liberanti. Dimentichi che Dio non vuole azioni buone, vuole cuori buoni e amanti.
Possiamo comprendere come il problema dell’essere dentro o fuori della chiesa, dell’essere di un pensiero anziché di un altro, di sottolineare le differenze per giustificare la nostra verità, non sia fondamentalmente un problema del cristiano e del discepolo, quanto invece un problema di colui che vuole rendere Cristo suo seguace e vuole mettere “io” al posto di “Dio”. Cosa che quotidianamente noi tutti facciamo, non c’è da scandalizzarci. Ma non c’è neppure da giustificare questa situazione e questa nostra limitatezza di orizzonti.
In fondo io ho bisogno dell’altro per potere esistere. Senza l’altro, chiunque egli sia e di qualunque fede sia, io sono più povero, io sono meno, io non sono persona, figuriamoci se posso essere cristiano.
Io ho bisogno dell’altro per potere esistere. Senza l’altro, chiunque egli sia e di qualunque fede sia, io sono più povero, io sono meno, io non sono persona, figuriamoci se posso essere cristiano.
PG
Il Maestro insegna ad allargare lo sguardo e il cuore, a saper cogliere la pennellata di bene che esce dalle mani di coloro che spesso noi giudichiamo inadatti, incapaci, lontani perché non “ci seguono”. È ora di chiedere uno sguardo nuovo sul mondo, uno sguardo che nasce solamente da uomini nuovi, che sanno vedere l’opera sapiente del Creatore anche lì dove meno ci si attende di vederla. E con tanta gratitudine nel cuore.
Locatelli
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L. Locatelli
Giovanni Nicoli | 26 Febbraio 2025