Marco 9, 38-40

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».

Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».

Quest’oggi il vangelo continua con il ribaltamento del pensiero umano nei confronti di quello di Dio. Uno dei più grandi ribaltamenti è il fatto che Dio pensa col cuore e con la pancia, non è un razionalista e un giurista come noi. Noi siamo dei giuristi incalliti, ma non nell’intimo del nostro essere.

Anche la Chiesa è spesso figlia del giuridismo. Ho detto figlia per non dire schiava. Quando parliamo di giuridismo non si vuole parlare dello sminuire o dell’esaltare la radicalità del vangelo. Nel capitolo delle stuoie dei francescani, Francesco che si rifiutava di dare una regola e si rifiutava di addolcire la radicalità della sua scelta evangelica, era pressato da tutte le parti perché desse una regola chiara e vivibile per tutti. Vivibile: che per lui suonava tanto come non evangelica. Dare meno importanza al fatto giuridico all’interno della chiesa non è finalizzato ad un momento di bassezza nella radicalità evangelica: è finalizzato ad esaltare questa radicalità.

Faccio un esempio: il comando di andare a messa tutte le domeniche e di fare la comunione e la confessione almeno una volta l’anno a Pasqua, è un comandamento del minimo indispensabile. È un comandamento che i cristiani hanno seguito alla lettera e si confessano se qualche volta non vanno a messa la domenica o se non hanno fatto la comunione a Pasqua.

Innanzitutto questo è un comandamento irrispettabile in tantissime zone di missione dove il missionario arriva una volta all’anno e non necessariamente di domenica. Ne dovremmo dedurre che quei cristiani sono poveri cristiani con una fede povera. Guardiamo la realtà: sono cristiani convinti come non mai, che portano avanti una testimonianza di vita e di radicalità evangelica che noi ci sogniamo. Non sono molto ortodossi secondo il diritto, ma sono gente che crede in Gesù Cristo morto e risorto. Non conoscono bene la dottrina e il diritto, ma si impegnano al servizio della comunità e dei poveri sottomessi al giudizio di Dio che si manifesta attraverso la comunità.

Ritorniamo a noi: quanta gente santifica le domeniche e le feste comandate ma lo fa solo per dovere. Perché tanti hanno tagliato la corda dalle nostre celebrazioni e soprattutto dalle nostre comunità cristiane? Perché l’avevano fatto sempre e solo per dovere! C’è un altro fatto: noi abbiamo ridotto la vita delle nostre comunità cristiane a un momento celebrativo spaccando quella che è la vita con la celebrazione: le nostre celebrazioni sono divenute vuote e la nostra vita ha perso.

Stando ancora in tema di diritto sul santificare le feste: immaginatevi se si dovesse ordinare a due coniugi di fare l’amore almeno una volta la settimana, di domenica (o sabato sera). Ci renderemmo ridicoli. Così è per la nostra fede. È ridicolo chiedere a due che si amano di fare l’amore; è ridicolo chiedere a chi ama Dio di fare l’amore con Lui andando alla messa almeno una volta la settimana.

Il giuridismo porta a chiudere e a volere inscatolare tutto in schemi consolidati e conosciuti che non possono dare vita. Al massimo possono rientrare in una mera e arida falsa sicurezza. La fede scavalca i nostri schemi perché richiede con impellenza la necessità della sequela.

Il Signore non ci chiede dei gesti esterni vuoti e aridi, chiede il nostro cuore. Non gli interessano le grandi opere, gli interessa il nostro cuore. Non gli interessa nemmeno che noi come chiesa diamo una nota di merito al governo perché ha fatto una buona riforma scolastica e all’attenzione della famiglia. Gli interessa che noi testimoniamo il suo amore e non ci interessiamo di fare carriera dentro e fuori la chiesa.

Ci diciamo che certe cose sono necessarie: necessaire solo per la menzogna e per il potere, non per il vangelo. Quelle certe cose necessarie sono quelle che uccidono il vangelo dentro e fuori la chiesa. Queste certe cose per sussistere hanno sempre bisogno di giustificazioni e noi pur di giustificarle sacrifichiamo sull’altare di queste cose qualsiasi valore ci venga a tiro, qualsiasi persona, qualsiasi pezzo di buona novella. Senza accorgerci disprezziamo la buona novella e la rendiamo nulla.

Ci dice Gesù che non c’è nessuno che può scacciare i demoni nel suo nome, cosa che i discepoli poco sopra non erano riusciti a fare, e subito dopo possa parlare male di Gesù. Questo significa che se uno lo ama lo ama, non vi sono schemi nuovi od obsoleti che tengano. Se uno non ama, non ama e stop, tutto il resto è banalità. Il “lui è dei nostri” o “lui non è dei nostri” non può e non deve funzionare nella chiesa.

Il “è dei nostri” funziona nelle associazioni lavorative; funziona nell’ordine dei medici; funziona per i politici. Non così deve e può essere nella chiesa: la verità nella carità deve sempre e comunque albergare al di sopra di tutto e di tutti. Se uno sbaglia, sbaglia e stop. Se uno è bravo è bravo e stop. Dobbiamo recuperare una onestà di fondo che nella chiesa abbiamo perso. Una onestà che ci porta a giudicare gli avvenimenti non a partire dall’appartenenza ma a partire da un discernimento che ci faccia comprendere se è per il bene comune sì o no; se è per l’evangelo sì o no. Solo questo conta. Questa è la libertà del vangelo: non preoccuparci di quello che ci guadagniamo, ma essere attenti al solo Signore della storia che unico guida i nostri passi sulla via della salvezza.

La libertà dello Spirito deve essere costantemente un memoriale per ciascuno di noi a non rinchiuderci, a tenere sempre aperta la porta del dialogo, della simpatia, dell’umiltà. Quando ci si sente migliori allora in noi il cristianesimo ha fallito. Dobbiamo essere capaci di permettere a chi agisce secondo verità e giustizia di poterlo fare anche se non è “dei nostri”.

M. Epicoco

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9 Marzo 2026 Luca 4, 24-30

Le chiusure mentali più difficili da demolire ce le hanno coloro che pensano di essere i più vicini, cioè quelli che pensano di aver capito tutto e di avere tutto sotto controllo. A una persona che è convinta non si riesce nemmeno a parlarle fino in fondo perché il suo ascolto è occluso dalla sua convinzione.

M. Epicoco

Il ritenere tutto come ovvio finisce per non far riconoscere ciò che di diverso pure sta già germogliando, la familiarità finisce per dare tutto per scontato, l’abitudine finisce per leggere ogni cosa solo come stanca ripetizione di un passato senza sbocchi.

A. Savone

8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42

Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto

7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32

L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.

Dietrich Bonhoeffer

La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.

C. Bruno

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