Matteo 10, 17-22

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:

«Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.

Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.

Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato».

Il Signore ci manda come agnelli in mezzo ai lupi. L’invito è a non cedere nella tentazione di divenire a nostra volta lupi, ma allo stesso tempo ci invita ad essere prudenti e semplici.

Quando noi subiamo un torto, ce lo leghiamo al dito. Ad ogni torto subito noi ci leghiamo un nuovo nodo al dito. E a forza di nodi rischiamo di essere costretti ad una vita interiore piena di nodi, vale a dire piena di rabbie e di risentimenti. Educare la propria interiorità significa liberarsi dalla necessità di sentirsi vivi legandoci dei nodi al dito. Significa rinunciare a caricare il proprio fucile con cartucce prese proprio da una relazione poco sana con il prossimo.

Educare la propria interiorità significa disarmare il proprio cuore. Rinunciare a caricare continuamente la nostra cartucciera con cartucce sempre più numerose e sempre più deflagranti, per vivere una pace interiore che possa divenire pace anche esteriore, pace in relazione.

Così facendo si compie il primo passo verso la pace. Il secondo passo è il seguente: trovare una via di pace per comunicare il proprio disappunto o il proprio disagio o il proprio disaccordo di fronte a situazioni non proprio belle ed edificanti, non proprio pacifiche. Questo è andare come agnelli in mezzo ai lupi, semplici e prudenti.

Educare ogni giorno il nostro cuore a questo atteggiamento è mettersi in una disposizione di testimonianza permanente qualsiasi cosa capiti.

Essere condotti davanti a dei giudici può essere cosa poco simpatica, anche perché per i giudici che abbiamo … Ma un cuore pacificato può trovare in questa situazione una via della pace che diventa testimonianza.

Non importa cosa ci capita, anche se vi è differenza fra il fatto che ci capitino cose belle oppure no, importa invece come vivo quanto mi capita.

Quello che mi capita lo vivo come occasione per rafforzarmi, per fare un passo ulteriore in avanti, per essere attento in modo più vero alla vita, per convertire la mia incapacità al perdono e la mia schiavitù da risentimenti di ogni genere e tipo? Oppure è occasione per sterili lamentele, per cercare di ribadire i miei diritti con un atteggiamento adolescenziale che porta ben poco lontano?

Essere imprigionati, flagellati. Meglio: essere calunniati, diffamati, scomunicati, puntati a dito, emarginati se abbiamo un cuore pacificato – diverso dall’essere indifferenti o dal non lasciarci toccare da nulla – possono essere occasioni per una nostra ulteriore conversione. Se così vivremo queste occasioni, troveremo modo, anche in quei frangenti, di potere testimoniare l’amore di Dio in noi e per noi.  Ogni occasione, opportuna o inopportuna, sarà possibilità di vivere quanto riteniamo essenziale ad una vita umana degna di questo nome.

Così vivendo diventeremo automaticamente e conseguentemente testimoni di quell’amore che ci è stato donato e che unico può cambiare il mondo.

Un amore che si rifiuta di cedere alla violenza e al sopruso, un amore che non si lascia avvolgere dalle spire del serpente del risentimento.

Un amore, detto in altri termini, che, con santo Stefano, grida tutto il suo desiderio di perdono nei confronti dei suoi persecutori ed uccisori. Un amore il cui grido ci arriva direttamente dall’alto della croce: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!

L’attenzione a curare ogni giorno la liberazione del nostro cuore dai nodi di risentimento e di rabbia che pretendono asilo dentro di noi, è cammino duro ma bello. Duro perché non facile e perché chiede costanza quotidiana. Bello perché ogni giorno ci fa riscoprire la bellezza di una liberazione interiore sempre più vera e sempre più grande. Bello perché ci rende sempre più capaci di una testimonianza di vita che usa anche la parola, ma soprattutto il proprio corpo e la propria vita, la propria persona. Bello perché coinvolge tutto il nostro essere fino a portarlo ad unità, quella unità che tante volte ci manca. Quella unità che smentisce il proverbio che dice che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Bello perché silenziosamente posso gridare che non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me. Non sono più solo nella mia vita ma vivo avvolto dall’abbraccio della Vita.

Fare il bene può generare odio, accuse, dolore… persino morte ed è per questo che spesso è più comodo restare nelle “pantofole dell’indifferenza”, dove tutto appare tranquillo e nessuno ti disturba.

 Vitali

Se superiamo una lettura doloristica del Vangelo ci accorgiamo che riceviamo una costante proposta di libertà: non è la sofferenza a donare grazia, ma è la grazia che permette di non naufragare anche quando arriva la sofferenza.

In questo senso essere testimoni di Gesù non significa fare catechismo alle persone che incontriamo (né stressarle perché facciano quello che a noi sembra opportuno), ma sprigionare la dolcezza del profumo di Vita Buona di cui siamo imbevuti perché chi ci sfiora ne odori la fragranza fino a riempirsi il cuore.

 Lanza

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13 Settembre 2026 Matteo 18, 21-35

«Il perdono non è un atto isolato della volontà: è il frutto di una conversione dello sguardo. Chi perdona davvero non è colui che decide di dimenticare il torto subito, ma colui che ha imparato a vedere il debitore come lo vede Dio: non come il suo nemico, ma come il fratello o la sorella perduti che attendono di essere ritrovati».
Romano Guardini
 
«Il punto centrale non è il debito del servo verso il suo compagno, né la durezza con cui lo tratta: il punto centrale è l’anteriorità del perdono ricevuto, che cambia tutto. Chi è stato perdonato vive in un mondo nuovo. Se non lo vive, è perché non ha ancora compreso che il perdono lo riguardava davvero».
Joachim Jeremias

12 Settembre 2026 Luca 6, 43-49

Pare che l’albero non possa far altro che produrre frutti in base alla propria natura e che l’uomo non possa far altro che esprimere con la bocca ciò che sovrabbonda dal proprio cuore, la costruzione di una casa solida ha come presupposto la fatica di scavare «molto profondo», per portare alla luce la roccia su cui poter poggiare le fondamenta.
Dehoniani
 
Abbiamo bisogno ogni giorno di bonificare il nostro cuore. Solo tale bonifica porta a potere costruire sulla roccia. 
Quella roccia che è Cristo nel quale sprofondiamo le fondamenta della casa della nostra esistenza.
 PG

11 Settembre 2026 Luca 6, 39-42

La cecità consiste nel non vedere i propri difetti e, al tempo stesso, nel pretendere di curare i difetti degli altri. Per poter aiutare concretamente l’altro, occorre fare la verità in se stessi. La libertà che nasce da questo “fare la verità”, è la condizione dell’autenticità del nostro intervento di aiuto presso l’altro. Altrimenti, vedere il difetto dell’altro e aiutarlo a disfarsene, diviene ciò che ci consente di non riconoscerlo in noi. E così restiamo ciechi e non liberi.
 L. Manicardi

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