In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
La vita è cammino, la vita è passaggio da una riva all’altra. Uno dei campi, uno dei fiumi che ogni uomo è chiamato a passare è il campo della paura.
La paura può insorgere a causa di avvenimenti e di esperienze tragiche causate dall’uomo o dalla natura. Questo avvenimento tragico, come può essere la perdita di un figlio o un fallimento nella vita di ogni giorno, ci rende ipersensibili ad ogni piccolo movimento che possiamo intuire essere negativo per noi. Abbiamo paura dell’acqua tiepida dopo essere stati scottati.
La reazione a questa paura è solitamente una reazione inizialmente paranoide: sospettiamo di tutto e di tutti. Ci rintaniamo nel nostro nido e ogni cosa che ci spinge ad uscire ci rende timorosi. Ci sentiamo in colpa per tutto e sentiamo questa colpa legata all’esistenza del prossimo che amiamo.
Ogni iniziativa la temiamo e diventiamo a parole prudenti ma nei fatti timorosi, impauriti da tutto.
Una paura che spesso, dunque ci paralizza. Una paura che grida la necessità di essere guariti dalle nostre paralisi e di potere essere ancora una volta chiamati a lasciare le piccole sicurezze del banco delle imposte per potere seguire il Signore. Una chiamata che il Signore ci fa giungere attraverso i fratelli che ci amano e che si giocano con noi e per noi, per rilanciare la nostra esistenza.
È la stessa paura che aveva preso gli Apostoli dopo i tragici avvenimenti della passione del Signore; si sono rinchiusi nel cenacolo fino a che il Signore non è venuto a pacificarli e a chiamarli fuori.
Essere chiamati fuori significa affacciarsi sul campo della testimonianza. Bisogna passare all’altra riva, passare dal campo della paura al campo della vita dove si gioca la testimonianza del passaggio avvenuto o meglio del passaggio in divenire.
Il passaggio avvenuto sa di morte, il passaggio in divenire sa di vita. Il passaggio avvenuto sa di fariseismo e di autosufficienza, il passaggio in divenire sa di fragilità amata e di cammino vitale.
Come diceva Simone Weil siamo chiamati a non rassegnarci ad una attività passiva, ma dobbiamo vivere una passività attiva dove giochiamo la nostra libertà in comunione con Colui e coloro che ci amano.
Non temere, non abbiate paura ci dice il Signore, ritrovate cioè il coraggio di essere testimoni. Non è una chiamata alle armi o una chiamata ad atti eroici. Le risorse dell’eroismo infatti risiedono dentro di noi, mentre quelle della testimonianza le attingiamo da una relazione profonda con il Signore.
L’invito di Matteo a non temere per il corpo ma per l’anima è una provocazione molto attuale. Matteo non ci invita a disprezzare il corpo che è la nostra manifestazione esteriore. Non ci invita a trascurarlo. L’invito di Gesù in Matteo è invito a dare attenzione all’interiorità della persona come unico luogo dove possiamo trovare senso alla nostra esistenza. Morta la nostra interiorità la nostra vita è vita da zombie. Morta la nostra interiorità ogni passione alla vita risulta morta. Morta la nostra interiorità ogni nostro moto per uscire da uno stato di paura e riprendere il cammino, risulta essere uno sforzo immane che non ha molta speranza di riuscita, anzi diciamo che non ne ha proprio.
Il nostro cuore, la nostra anima, la nostra interiorità è parte essenziale di ogni persona ed è attraverso di lei che noi possiamo essere informati e accolti nella vita e nell’amore del prossimo e del Padre. Il corpo può abbracciare, ma solo il cuore può amare. Un corpo senza cuore può compiere dei gesti che noi chiamiamo “fare l’amore”, ma non può amare, gli manca la benzina. E ciò che è essenziale alla vita di ognuno di noi, e dunque anche al cristiano chiamato a testimoniare il Signore sopra i tetti, è un cuore amante e abbracciante. Salviamo il nostro corpo sì, ma salviamolo riempiendolo di vita e di interiorità. Solo questo può informare tutta la nostra realtà vitale e può metterci in condizione di vivere nella piena fiducia e nella pienezza di vita.
Il vero nemico della fede è la paura della fragilità, che non si vuole accettare, la paura dell’intimità che non si vuole condividere, la paura di dare fiducia senza sapere se ne varrà la pena.
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Certamente, non tutto quello che accade è semplicemente ‘volontà di Dio’. Ma alla fine comunque nulla accade ‘senza che Dio lo voglia’.
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