Matteo 10, 7-15
In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sodoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».
A quale Dio abbiamo donato la nostra vita ma, soprattutto, quale Dio ha donato la sua vita per noi?
Un Dio, Gesù, che è uscito di casa, ha lasciato la sua casa per entrare nel mondo, che ha fatto del mondo la sua casa, la casa di Dio. Non un tempio, ma una casa. La casa di Dio non è sul monte Garizim come vorrebbero i Samaritani e neppure a Gerusalemme come vorrebbero gli Ebrei e neppure nelle nostre chiese come vorremmo noi. La casa di Dio è il cuore dell’uomo che adora il Padre in spirito e verità, la casa di Dio è la strada, la casa di Dio sono le nostre case. Nel tempio ci ritroviamo come comunità per lodare e adorare: il vero tempio è la nostra casa, la casa del nostro cuore.
Da questa casa noi siamo chiamati a partire, noi abitati dal Signore siamo chiamati a partire. È strada facendo che incontriamo chi attende la Buona Novella, magari senza saperlo lui e senza saperlo noi. È strada facendo che noi riscopriamo la bellezza della gratuità. Noi che non siamo più abituati a sentirci pellegrini perché se andiamo in un posto prenotiamo un albergo e se qualcuno viene a chiederci ospitalità gli rispondiamo quasi scandalizzati di questa eventualità.
È sulla strada che riscopriamo il volto di un Dio che ha dato se stesso per noi, lasciando la sua casa, prendendo dimora in noi e in mezzo a noi, il tutto con gratuità.
Noi abbiamo bisogno del tempio e il tempio ha certe necessità che rischiano di uccidere il dono gratuito. Il tempio ha bisogno di messe pagate e di sacramenti ben retribuiti, per potere sostenersi, certo, ma non certo per manifestare il volto del Padre che nel Figlio si dona in gratuità all’umanità animata ad adorarlo grazie allo Spirito.
Non sono un illuso tanto da credere che senza possibilità economiche si possa fare tutto. Ma non è questo il punto. Il punto è se l’andare ad annunciare gratuitamente la Buona Novella agli uomini sia ancora il nostro compito principale oppure se tutto questo è passato in secondo ordine rispetto alla salvezza di una struttura che rischia di essere sempre più autoreferenziale, attenta a se stessa più che al suo mandato.
Se questo fosse vero la chiesa non avrebbe più senso di esistere perché avrebbe tradito la sua vocazione. Non è un discorso per chiudere con la Chiesa ma per chiedere a gran voce che ritrovi la strada che il Signore Gesù gli ha tracciato. È gridare a Dio perché purifichi i nostri sguardi e il nostro cuore da quello che abbiamo messo al Suo posto; quelle false immagini di Dio che creano modi inadeguati e pericolosi di parlare di Lui e di testimoniarlo. La tentazione di approfittare del vangelo per se stessi è peccato continuamente accovacciato dietro la porta della nostra casa. Porta chiusa e non più aperta; porta per tenerci al sicuro e non più utile per andare a portare. Porta per escludere anziché via per uscire.
Ciò che noi annunciamo è legato al come lo annunciamo e al perché lo doniamo. Questo come emerge benissimo quando noi accettiamo di entrare in una situazione non chiara, scabrosa, dove possiamo essere rifiutati e il vangelo con noi.
Uscire di casa significa accettare questa sfida. Ma ancor più la nostra reazione di fronte al rifiuto è segno del come e del perché noi comunichiamo il vangelo. L’opposizione al vangelo è descritta da Gesù con una reazione, quella di scuotere la polvere dai vostri piedi, che è reazione chiara, che non chiude gli occhi di fronte alla realtà. Non chiude di fronte al fatto che questo sia un segno per andare oltre, in un’altra casa, in un’altra città. Un segno inequivocabile a non fare il nido da nessuna parte ma ad uscire di nuovo.
Ma è allo stesso tempo un segno inerme: non si taglia la testa a nessuno perché non si converte; non lo si obbliga a nulla. A Dio sta più a cuore la nostra libertà che non tutti i dogmi della chiesa.
Reazione sì, ma inerme, perché il giudizio non appartiene a noi; neppure ai preti e a certi sedicenti confessori che confondono il confessionale con un tribunale: il giudizio, grazie a Dio, appartiene solo a Dio e nelle sue mani misericordiose va lasciato.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Liberi da ogni responsabilità sull’accoglienza o meno dell’annuncio, ma sempre pronti a riprendere la strada uscendo di casa, uscendo dai nostri templi sempre meno abitati da Dio e dai due o tre riuniti nel suo nome che assicurano la sua presenza.
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