Matteo 10, 7-15
 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:

«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.

In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.

Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sodoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».

La nostra esistenza sembra oppressa dal grande Male, un grande male che ci fa vivere nell’oppressione e nell’infermità.

L’uomo moderno si scandalizza di fronte alla infermità. L’uomo moderno combatte contro l’infermità ritenendola la fine di tutto. Un uomo malato è un uomo finito. Un uomo che non riesce ad essere fedele ai suoi impegni lavorativi a causa di una malattia fisica o dello spirito, è un uomo che non ha più motivo di vita, è un uomo finito.

Sembra che l’uomo moderno, di fronte alle difficoltà dell’esistenza e alle proprie infermità, non sia più nemmeno capace di disperazione. Risulta invece capace di vivere una abulia incredibile, non dà più segni di vita.

La disperazione, pur nell’angoscia, è un sentimento di vita. Turoldo direbbe che è una virtù perché è il sentimento di una coscienza viva. Di fronte al grande Male, questa coscienza rappresenta la volontà di riconquistare il significato del vivere quotidiano.

È lo strumento per contrastare il nulla e il non senso che minacciano l’esistenza quotidiana dell’uomo moderno. È il grido di aiuto che viene lanciato contro lo sfilacciamento di tutto e di tutti, in una corsa sempre più folle quanto più inutile.

Disperare è un dovere, direbbe Turoldo, un doloroso atto fraterno di verità capace di fare della Parola, una voce che raccoglie il gemito delle cose.

Disperare vissuto come grido per uscire dall’infermità, dall’abulia, dalla paralisi. Disperare come gesto per alzarsi da quel lettuccio sul quale siamo prostrati e riprendere a camminare. Disperare come gesto di amore verso il fratello seduto al banco delle imposte: un canarino in una gabbia d’oro.

Ecco cosa è l’uomo moderno: strumento necessario per un consumo che ci porta all’autodistruzione e dal quale non riusciamo a liberarci.

Infermi e paralizzati in questo sistema di vita che ci va sempre meno bene e che ci rende sempre più schiavi. Schiavi contenti della propria schiavitù. Schiavi incapaci di vedere la propria schiavitù.

Ebbene in questa situazione di schiavitù, la disperazione ci spinge innanzitutto ad un atto di autocoscienza: accorgerci della nostra infermità.

Accorgerci che abbiamo perso la nostra posizione eretta, che non siamo più persone in una posizione che non sia quella eretta. Il Risorto sta lì come un’icona per ricordarci che l’uomo risorto e vivo è un uomo che eretto e non prono sotto qualsiasi schiavitù. Prono sotto la schiavitù della legge o sotto il peso dell’egoismo che lo schiaccia sempre più e lo costringe a fare il lecchino che cammina a quattro zampe.

Il grido di disperazione ci porta al centro della Parola annunciata: il Regno dei cieli è vicino. Il Regno è qui presente in mezzo a noi. Il Regno, è Dio Padre che regna nell’amore tra i suoi figli.

In questo grido di disperazione e di annuncio il male non è più luogo di prevaricazione e di divisione, ma di cura e di rispetto. La cura del debole è il grande miracolo di chi, come Gesù, si fa servo dei fratelli.

La cura della nostra debolezza e di quella del fratello è la vera chiamata, anziché lo scandalo per la nostra e altrui debolezza. L’affetto verso quella parte di noi e dei fratelli debole, anziché la condanna farisaica e inutile per tutto quello che in noi ci richiama il male.

Disperazione come solidarietà verso chi e con chi di disperazione non è più capace.

«La gratuità è […] una dimensione che può accompagnare qualsiasi azione. Per questo essa non è il «gratis», anzi è proprio il suo opposto, poiché la gratuità non è un prezzo pari a zero, ma un prezzo infinito, a cui si può rispondere solo con un altro atto di gratuità».

Luigino Bruni

La Parola può farsi carne solo in una vita fraternizzata che, camminando nella sua scarna povertà, ne testimonia la verità della sua potenza di liberazione da ogni schiavitù.

Zygulski

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1 Aprile 2026 Matteo 26, 14-25

Non siamo diversi da Giuda: consegniamo il divino alla religione, non sappiamo guardare nei suoi occhi, non sappiano ospitare i suoi sogni, rifiutiamo il giogo della sua grazia, diffidiamo delle sue vie, non vogliamo accoglierlo dentro la nostra carne, scegliamo di essere polvere tranquilla che diffida del suo alito di vita eterna. Allora lo cediamo al sistema religioso perché se ne prenda cura al posto nostro.

E. Avveduto

Non si tradisce all’improvviso.

Si inizia quando si smette di custodire ciò che conta.

Quando l’amore diventa secondario.

Quando scegliamo noi stessi – la sicurezza, il vantaggio,

la paura – al posto della relazione, della fedeltà, del rischio.

F. Tesser

31 Marzo 2026 Giovanni 13, 21-33.36-38

Giuda, fratello mio…

Ci sono solitudini che fanno rumore.

La tua, Giuda, no.

La tua cade in silenzio, come una moneta sul fondo del mondo.

E io ti penso lì, fratello smarrito, ultimo tra gli ultimi,

con addosso non il peccato — che pure gli uomini adorano contare — ma il dolore.

Quel dolore che spacca il fiato, che toglie il nome alle cose,

che fa della notte una stanza senza porte.

Ti hanno lasciato addosso il marchio del gesto, e si sono dimenticati dell’abisso.

Si sono fermati al bacio, e non hanno visto la ferita.

Hanno contato i denari, e non hanno contato le lacrime.

Ma io, stasera, se potessi, verrei a cercarti.

Non per assolverti come fanno i giusti.

Non per spiegarti, che certe anime non si spiegano.

Solo per sedermi accanto. Solo per dirti: resta.

Ancora un momento. Non andare così lontano dentro il tuo buio.

L. Santopaolo

30 Marzo 2026 Giovanni 12, 1-11

Noi vorremmo provare a entrare in questa settimana Santa accompagnati dal profumo del nardo di Maria, dall’immagine di questo aroma che si espande fino ad arrivare addirittura sotto la croce. Sarà questo il modo migliore per tenere lontane le continue immagini di morte che ci vorrebbero distogliere dal profumo della vita che Cristo ci è venuto a donare con la sua Risurrezione.

Dehoniani

Hanno deciso la tua morte, ma io ti profumo con ciò che fa vivere, l’hai insegnato Tu che l’amore fa esistere.

Tu ci hai riempito d’amore. Ci ami troppo, piccoli e peccatori come siamo, e io ti ricambio con questo troppo di profumo.

Ermes Ronchi

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