Matteo 11, 11-15

In quel tempo, Gesù disse alle folle:

«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono.

Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi, ascolti!».

La risposta del Regno è una sola: “il più piccolo nel regno è più grande di Lui”, di Giovanni il Battista il più grande fra i nati da donna.

Quel Regno che soffre violenza risponde con la grandezza del più piccolo. Quel Regno che ogni giorno non viene accolto risponde con la nascita di un piccolo che è il più grande: Gesù bambino, il Cristo di Dio.

Di fronte alla violenza delle idolatrate leggi economiche che violentano il Regno perché impoveriscono una fetta più grande di gente rendendo sempre più obesi pochi che chiamiamo fortunati ma che in realtà abusano del loro posto di forza e di potere, il Regno risponde col più piccolo, con un bambino, con Gesù bambino.

Il piccolo che viene in una stalla e non attende per potere nascere: nasce e vive, niente più! Non fa programmi, non fa un piano economico. Non cerca sicurezze perché la sua unica sicurezza è la vita e la relazione col Padre, tutto il resto è in sovrappiù.

Noi violentiamo questo piccolo ogni volta che, a causa delle nostre insicurezze, andiamo alla ricerca di fasulle sicurezze economiche o sociali o politiche, dimentichi dell’unica sicurezza che può donare pace al nostro cuore: l’abbraccio del Padre.

I nostri vuoti, le nostre inconsistenze, le nostre insicurezze sono figlie delle nostre immaturità e dei nostri vuoti affettivi. E noi ci violentiamo, violentiamo il Regno che è dentro di noi, violentiamo il bimbo che è in noi, perché anziché rispondere a questi vuoti del cuore lasciandoci abbracciare dal Padre, sapendo che il nostro cuore non può che trovare pace in Lui, andiamo alla ricerca di compensazioni affettive economiche o sociali, cose che non potranno mai essere risposta perché l’unica risposta possibile è la risposta di amore che ci viene dall’altro, che ci viene dall’Altro.

Il regno di Dio è in mezzo a noi, è dentro di noi. Questo Regno è un bimbo che ci è stato dato, è il bimbo che è in noi e in mezzo a noi. È quel bimbo che nasce quando ascoltiamo la Parola e ci lasciamo fecondare dalla Parola stessa. Quel bimbo che è Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo e che si rifiuta di diventare lupo per difendere i propri interessi e per coprire i propri vuoti esistenziali e affettivi, è invito, questo bimbo che ci è stato dato, a disarmare i nostri cuori, a smetterla di armarli con i nostri risentimenti e con i nostri, veri o presunti, torti subiti. Il più grande non è l’armato e il potente ma il bimbo.

Il bimbo: Colui che si prende cura dell’altro. Il bimbo: Colui che riscopre ogni giorno una tenerezza per l’altro. Il bimbo: Colui che ogni giorno va alla ricerca, non aspetta che gli cada dal cielo, di ciò che può alimentare un rapporto di amore con l’altro.

“Chi ha orecchi ascolti”! La risposta di Dio è un bimbo, grande nella sua piccolezza e piccolo nella sua grandezza.

È tempo di lasciare cadere l’illusionista necessità di continua competizione sul mercato come in famiglia, nello sport come nella politica, nell’ambiente ecclesiale come nell’ambiente sociale. La grandeur della competizione non può essere il fine della vita e la legga della vita. La competizione è utile se è momentanea e se lascia poi spazio alla collaborazione e alla ricerca del bene comune, non mio.

Solo così l’economia può, con una giusta competizione, essere a servizio del bene del mondo, della creazione, dell’ecologia che noi respiriamo, della salute della gente, del bene dell’uomo e della donna, del lavoro dell’uomo e della donna. Se è solo competizione perde di vista il fatto di essere a servizio dell’uomo e della giustizia e della continua ricerca del fatto che tutti abbiano cibo.

Se un ospedale è azienda e deve fare utili anziché curare le persone, mi dite voi a cosa serve? Se in una scuola ciò che conta, i valori che ha, non sono gli alunni e i professori e coloro che vi lavorano dentro, ma i muri e i numeri e la competizione economica, mi dite voi a cosa serve? Se una comunità cristiana è attenta a salvarsi economicamente costruendo e restaurando muri più che essere attenta ai poveri di spirito ed economici, mi dite voi a cosa serve? Semplicemente non serve: è una semplice sovrastruttura che si inaridisce da sé. E speriamo che questo avvenga presto perché possa rinascere una comunità cristiana attenta alle persone e non ai muri.

Ciò che importa è che anche oggi siamo attenti a riscoprire la salvezza, la speranza viene dall’attesa, dall’attesa di un bimbo, il più piccolo che nel regno è il più grande. La risposta del Regno è una sola: ci è stato dato un figlio, niente vale più di questo. Questo figlio è ogni figlio che viene alla luce, questo figlio è Gesù bambino che viene fra noi in una stalla non ristrutturata, senza bagni e senza alcun servizio igienico a portata di mano, senza alcuna sicurezza legale.

Dio viene. Giorno per giorno, continuamente, adesso. Anche se non lo vedi, anche se non ti accorgi di lui, eccolo in cammino su ogni strada. Il mondo è pieno di tracce di Dio. Viene colui che è più forte. Gesù è forte perché è l’unico che parla al cuore, l’unico che si rivolge al centro dell’umano. Tra tutte le altre voci solo la sua risuona in mezzo all’anima, perché ciò che conta, ciò che è vero nel cuore, fa saltare tutto un mondo di scuse e di pretesti, di conformismi e di apparenze. Il Regno di Dio, infatti, non è stato sopraffatto dai regni dell’economia, del mercato, del denaro. E il mondo è più vicino a Dio oggi di ieri. 

Ermes Ronchi

Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

24 Febbraio 2026 Matteo 6, 7-15

Rivolgerci al Padre con poche, asciutte parole non significa raffreddare il nostro rapporto filiale con la sua bontà paterna, ma semplicemente imparare a rimanere umilmente di fronte al mistero della sua volontà, nell’attesa che diventi presto anche la nostra. Significa dimorare nella fiducia che i nostri desideri saranno ascoltati non a forza di parole, ma con parole — e silenzi — forti di speranza.

R. Pasolini

Pregare non è mendicare, ma intensificare la propria vita.

Giovanni Vannucci

23 Febbraio 2026 Matteo 25, 31-46

Il giudizio del Figlio dell’uomo giudica il tipo di sguardo che abbiamo sul povero e sul bisognoso. Giudica il nostro giudicare l’altro per cui il carcerato è uno che ha ricevuto ciò che si merita, lo straniero è uno che disturba la nostra tranquillità, il malato è uno che sconta i suoi peccati, il povero uno che potrebbe lavorare di più … Il giudizio divino giudica il nostro chiudere le viscere a chi è nel bisogno (cf. 1Gv 3,17). Giudica il nostro sguardo che vede nell’altro un colpevole e non una vittima. Lo sguardo che Gesù ha sempre avuto nei suoi incontri con tante persone nel corso sua vita ha sempre visto la sofferenza degli umani ben più e ben prima che il loro peccato.

L. Manicardi

22 Febbraio 2026 Matteo 4, 1-11

Se noi avessimo la facoltà di non peccare

e di vincere tutte le tentazioni di peccato

con le sole forze della nostra volontà,

non avremmo motivo di chiedere a Dio

di non indurci in tentazione».

Sant’Agostino

Nel deserto le maschere non funzionano più, il ruolo sociale, i successi e i traguardi mondani e religiosi, non possono più aiutarci. Non si può più barare. Non resta che l’autosservazione, non resta che auscultare il proprio cuore e inabissarsi nello spazio tra un battito e l’altro nel grande Silenzio per essere ripartoriti.

E. Avveduto

Share This