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12 dicembre 2019 Matteo 11, 11-15

Giovanni Nicoli | 12 Dicembre 2019

Matteo 11, 11-15

In quel tempo, Gesù disse alle folle:

«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.

Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono.
Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi, ascolti!».

Si parla molto in questi giorni di chiudere i tempi della prescrizione perché i processi in Italia sono troppo lunghi e molti sfuggono alle loro responsabilità. Il problema però non è la prescrizione sì o la prescrizione no, nata per non condannare la persona imputata ad una vita invivibile perché tutta la vita sotto processo, ma i tempi dei processi che sono eterni. Togliere la prescrizione ci fa passare da uno stato di diritto ad uno stato di rovescio. Alcuni dei più grandi ladri, vedi i partiti, non sono nemmeno processati o sono processati con processi farsa oppure si nascondono dietro l’immunità parlamentare. La risposta che noi diamo alla non prescrizione si dimentica della domanda: giustizia che deve avere dei termini rapidi, non tempi da repubblica delle banane. A questo punto la nostra politica diventa una politica dove l’incoerenza diventa una virtù. Quando l’incoerenza diventa una virtù, tanto ce la caviamo sempre, la fine della ricerca del bene comune e del lavorare per quello, diventa una chimera che porterà a un nulla che chiede che la democrazia abbia fine lasciando spazio ad una bella dittatura dell’uomo forte dove la stupidità sembra essere la vera regnante sulle nostre esistenze.

La diversità è una ricchezza, non è una condanna. Normalmente noi pensiamo di avere ragione e gli altri torto: questo in sé non è un male. Diventa un male quando l’avere ragione da punto di partenza diventa punto di arrivo, il fine della nostra esistenza. Noi pensiamo di avere ragione e che la cosa più naturale è che l’altro mi dia ragione. Questo pensare è la morte della nostra umanità e di ogni possibilità di unità, di ricercare il bene della comunità, della nazione, del mondo.

Il bene comune, l’unità, suppone l’amore: lì la differenza diventa non attacco ma ricchezza, quella vera, quella umana e umanizzante. La diversità non può essere oggetto di invidia, se rimane tale la logica conseguenza è la guerra sia essa di religione, politica o economica. La diversità è la bellezza di Dio in mezzo a noi: a Dio piacciono i colori e la bellezza dei colori è data proprio dalla loro diversità. Il corpo è unico per questo le mani non si lamentano dei piedi o la mano destra della mano sinistra perché è diversa. Non accettare la diversità è non accettare il corpo di Cristo. Ne consegue che non possiamo accettare Dio. Pensiamo alla Trinità che sono tre distinti uniti dall’amore fonte dell’unità. Negare la diversità in ogni ambito è negare l’essenza stessa della fede, l’essenza stessa della Trinità.

Il vangelo di oggi ci presenta il Battezzatore, Giovanni, che arriva davanti a Gesù non fornendo alcuna risposta: lui si apre alla comunicazione di Dio. Di solito la religione funziona e ha buoni numeri di adesione quando punta su cose scontate, ovvie, ripetute, su certezze. Il Battista è invece porta che si apre, è soglia che si apre sul mondo della fede. Il centro di tutto questo è una domanda: sei tu colui che deve venire o ne dobbiamo attendere un altro?

Gesù ha appena finito di fare un grande elogio di Giovanni Battista. Il Battista era in carcere: come si fa, diremmo noi, a fare l’elogio di uno che è in prigione? Uno che è in prigione, a ragione o a torto, non può essere elogiato anche se è in prigione da innocente. Gesù fa questo elogio non preoccupandosi di avere share di ascolto che siano accoglienti. Fa questo elogio perché dono di verità.

Il Battista pone una domanda a Gesù, la risposta di Gesù è lontana mille miglia dall’attesa di Giovanni. Ma per questa risposta Giovanni dona la vita. La domanda, Giovanni, e la risposta, Gesù, sono radicalmente diverse, ma rimangono strettamente congiunte, distinte ma non divise. Non c’è domanda senza risposta e non c’è risposta senza domanda: entrambe chiedono chiarezza e decisione. La diversità la possiamo cogliere tra il Battista e Gesù: una diversità che non nega la continuità e l’unità.

Così dovrebbe essere anche il nostro rapporto con Dio: siamo diversi perché il figlio è sempre qualcosa che va al di là del Padre, ma siamo uniti perché il desiderio di bene che dovrebbe essere il nostro DNA, dovrebbe essere il centro della nostra identità.

Il Battista è il più grande perché è pura domanda che sa andare oltre tutte le sue attese, attese non negate ma attese aperte. Qui sta la grandezza del Battista che dovrebbe essere anche invito per noi. Le nostre grandezze, le nostre convinzioni sono chiamate a cedere il posto al mistero del Bimbo nato nella mangiatoia: roba da matti a ben pensarci. Ma questo è il gioco della fede, questa è la vera dinamica della vita. Il Battista, Voce della Parola che giunge a noi –più uniti e più diversi di così non so cosa potremmo trovare- è la domanda che rinuncia alla sua risposta perché aperto alla risposta vera che non siano le proprie elucubrazioni. Sei disposto ad accogliere Dio così come si presenta? Parola posta in una stalla, in una mangiatoia? Questa è la vera grandezza. La vera grandezza dell’uomo è farsi domanda, non risposta.

Il Battista che è il più grande di tutti viene superato dal più piccolo nel Regno semplicemente perché il Battista è il punto di arrivo dell’uomo, il piccolo del Regno è il punto di partenza del Figlio di Dio nato fra noi, l’Emmanuele. Così il Battista è grande perché uomo che si apre ad accogliere Dio, il più piccolo del Regno è colui che ha accolto Dio come base della sua esistenza e della sua fede.

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